Migliaia di persone sono tornate a riempire le strade di Tirana per l’undicesima giornata consecutiva di proteste contro il progetto di un lussuoso maxi resort turistico a Zvernec, sulla costa adriatica, a circa 150 chilometri a sud della capitale. Quella che all’inizio sembrava una contestazione mirata si è trasformata in qualcosa di più vasto, più emotivo, più politico. Non si discute soltanto di un investimento immobiliare: si discute del rapporto tra potere, territorio e futuro del paese.
La manifestazione davanti alla sede del governo ha assunto il tono di una sfida aperta. Gli slogan ripetuti dalla folla — “l’Albania non è in vendita” — condensano in poche parole una frustrazione che va oltre il singolo progetto. I manifestanti chiedono le dimissioni del premier socialista Edi Rama e hanno ribattezzato questa mobilitazione “la rivoluzione dei fenicotteri”, un nome simbolico che restituisce l’idea di una protesta identitaria, radicata nel paesaggio e nella difesa di ciò che viene percepito come bene comune.
Al centro della tempesta c’è il piano promosso da Jared Kushner, genero di Donald Trump, insieme agli imprenditori qatarioti Moutaz e Ramez Al-Khayyat. L’operazione prevede investimenti per 4 miliardi di euro e, nelle intenzioni del governo, rappresenta un segnale di apertura verso capitali stranieri e sviluppo turistico. Rama non ha mostrato alcuna intenzione di arretrare. In un post sui social ha difeso la linea dell’esecutivo, sostenendo che l’Albania non può permettersi di opporsi agli investimenti internazionali e di compiere una retromarcia collettiva proprio mentre altri paesi, come la Grecia, continuano a puntare sul turismo come motore economico.
Eppure, il caso di Zvernec sembra essere diventato solo la scintilla. Il fuoco, in realtà, covava da tempo. La protesta ha finito per raccogliere un malcontento più ampio, diretto non solo contro il governo ma contro l’intera classe politica albanese, accusata di decidere troppo spesso senza ascoltare davvero il paese. Per questo nelle piazze sono comparsi quasi esclusivamente bandiere e simboli nazionali: nessun partito, nessun vessillo di appartenenza, solo l’idea che la difesa del territorio debba restare nelle mani dei cittadini.







