Guerra USA-Iran: 18 morti, 37 miliardi spesi e la benzina alle stelle. Trump tira diritto
Cinque mesi dopo l'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, gli Stati Uniti contano le perdite umane ed economiche di una guerra che il presidente Donald Trump non mostra alcuna intenzione di interrompere. Il quadro che emerge dai dati ufficiali e dai sondaggi è quello di un'amministrazione determinata ad andare avanti, mentre l'opinione pubblica americana si fa ogni giorno più critica.
Il conflitto è iniziato il 28 febbraio 2026, con attacchi aerei congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani. Da allora, al 22 luglio, sono stati uccisi in combattimento 18 membri delle forze armate statunitensi. I feriti sono almeno 447 secondo le cifre ufficiali del Pentagono, ma altre stime — che includono anche appaltatori civili — portano il numero oltre quota 650. Numeri ancora relativamente contenuti rispetto ad altri conflitti storici americani, ma sufficienti ad alimentare un dibattito che si fa sempre più acceso.
Sul fronte economico, i costi stanno crescendo a un ritmo difficile da ignorare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato il 21 luglio che la sola spesa del Pentagono ha già raggiunto i 37,5 miliardi di dollari. L'amministrazione ha chiesto al Congresso un finanziamento supplementare di circa 88 miliardi, di cui 67,1 miliardi destinati esplicitamente alla guerra. Alcune stime indipendenti, considerando l'intero costo per i contribuenti, indicano una cifra già superiore ai 113 miliardi di dollari tra il 28 febbraio e il 16 giugno 2026.
Il costo alla pompa di benzina
La guerra si sente anche ai distributori. Il conflitto ha provocato significative interruzioni nel flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il trasporto di greggio. Il prezzo medio nazionale della benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone a partire dal 20 luglio — un aumento di oltre un dollaro rispetto all'inizio delle operazioni, pari a circa il 25% in più. Una variazione che si traduce in costi concreti per decine di milioni di famiglie americane: il 54% degli intervistati in un sondaggio recente ha dichiarato che il conflitto ha avuto un impatto prevalentemente negativo sulla propria situazione finanziaria personale.
Nonostante queste pressioni, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione di bilancio da 95 miliardi di dollari per finanziare la guerra, con un voto risicato di 216 a 214, sostanzialmente lungo le linee di partito repubblicano. Un margine strettissimo che fotografa quanto la questione sia divisiva anche all'interno del sistema politico americano.
La vera crepa, però, si apre nell'opinione pubblica. Già a marzo 2026 il 56% degli americani si dichiarava contrario o fortemente contrario all'azione militare in Iran. Un sondaggio Ipsos condotto tra il 27 e il 29 marzo rilevava che il 66% degli americani preferiva una rapida uscita dal conflitto, anche a costo di non raggiungere tutti gli obiettivi dichiarati. Ad aprile, solo il 24% riteneva che l'intervento valesse la pena, contro il 51% che pensava il contrario. A luglio, il consenso alla guerra è calato persino tra gli elettori repubblicani e la base MAGA, tradizionalmente il nucleo più fedele a Trump. Non sorprende, allora, che il tasso di approvazione del presidente sia scivolato a un minimo record del 34%. The Economist ha definito quella in Iran «la guerra meno popolare d'America da quando sono iniziati i sondaggi».
Trump, tuttavia, non sembra intenzionato a cambiare rotta. L'amministrazione continua a presentare il conflitto come una necessità strategica, senza fornire — almeno pubblicamente — una tempistica chiara per una sua conclusione. Gli americani, nel frattempo, aspettano risposte che per ora non arrivano: su quando finirà, su quanto costerà ancora, e su cosa, esattamente, verrà ottenuto in cambio.