Francia, la Consulta stoppa il divieto dei social per i minori di 15 anni
Il Consiglio costituzionale francese ha dichiarato incostituzionale la legge Macron che vietava l'accesso ai social network agli under 15. La riforma dovrà essere riscritta.
Un mese e mezzo prima dell'entrata in vigore prevista, il cuore della riforma più ambiziosa di Emmanuel Macron in materia di protezione dei minori online viene dichiarato incostituzionale. Il 14 agosto 2026 il Consiglio costituzionale francese ha bocciato l'articolo 1 della legge che avrebbe vietato l'accesso ai social network ai minori di 15 anni, azzerando una misura che avrebbe dovuto scattare il 1° settembre. La Francia era stata la prima nazione europea ad approvare una norma di questo tipo, e la sua caduta rimette in discussione un modello al quale guardavano con attenzione anche Spagna e Regno Unito.
La pronuncia è arrivata a seguito di un ricorso presentato a fine luglio dai deputati di opposizione di La France Insoumise e del Partito Socialista. I giudici non hanno negato la legittimità dell'obiettivo: hanno anzi riconosciuto esplicitamente «l'esigenza costituzionale della protezione dell'interesse superiore del minore». Il problema, a loro avviso, è lo strumento scelto. Il divieto generalizzato, scrivono nella motivazione, rappresenta una «violazione sproporzionata, non necessaria e non opportuna» della libertà di espressione e di comunicazione dei ragazzi.
Le ragioni tecniche della bocciatura sono molteplici e illuminano le difficoltà concrete di legiferare in questo campo. Primo: il perimetro della legge era disegnato troppo largo. Il testo includeva nel divieto non solo le piattaforme social in senso stretto, ma anche app di messaggistica, canali video, videogiochi online e persino siti informativi ed educativi, categorie per le quali i giudici hanno ritenuto che i rischi per la salute e la sicurezza dei minori non fossero dimostrati. Secondo: la norma non fissava regole chiare per la verifica dell'età degli utenti, aprendo così questioni irrisolte sulla tutela dei dati personali. Terzo: ai genitori era lasciato uno spazio di intervento troppo ridotto — non avrebbero potuto autorizzare l'accesso dei figli neppure a servizi che avessero ritenuto sicuri e opportuni.
C'è poi un aspetto che colpisce per la sua semplicità: la legge non distingueva in base al grado di maturità del minore, trattando un bambino di otto anni esattamente come un quattordicenne. Una rigidità che i giudici hanno considerato incompatibile con un approccio proporzionato alla tutela.
Macron ha incassato la sconfitta senza rinunciare all'obiettivo. Poche ore dopo la sentenza, il presidente ha dichiarato la propria determinazione a portare avanti la riforma e ha incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu di elaborare una nuova bozza di legge «giuridicamente solida», che tenga conto sia delle indicazioni del Consiglio costituzionale sia del quadro normativo europeo. L'orizzonte indicato è la primavera del 2027. Macron aveva definito la misura originaria «una questione di civiltà»: la rotta non cambia, ma la strada si allunga.
Va precisato che la decisione riguarda esclusivamente il nodo dei social network: il Consiglio costituzionale non si è pronunciato sul divieto di utilizzo dei telefoni cellulari nelle scuole superiori, anch'esso contenuto nella stessa legge e dunque ancora in piedi.
Lo scenario europeo resta in movimento. L'Unione Europea aveva accolto favorevolmente la legge francese, e la Commissione sta lavorando a un'armonizzazione delle disposizioni sulla protezione dei minori online. Nel frattempo, l'Australia ha già vietato le piattaforme ai minori di 16 anni da fine 2025, ed è citata come modello dai paesi che valutano misure analoghe. La sentenza di Parigi, però, ricorda che il percorso legislativo in questo campo è più accidentato di quanto sembri: tutelare i giovani dagli eccessi del web digitale senza comprimere in modo sproporzionato le loro libertà fondamentali è un equilibrio che nessun paese ha ancora trovato in modo definitivo.