Dazi USA su 60 Paesi, Italia compresa: cosa cambia da stamattina
Da questa mattina, le merci europee — e quelle di altri sessanta Paesi nel mondo — entrano negli Stati Uniti con un dazio aggiuntivo. I nuovi dazi doganali dell'amministrazione Trump sono scattati alle 00:01 ora di Washington (le sei del mattino in Italia) del 24 luglio 2026, in sostituzione di una tassa temporanea del 10% sulle importazioni globali che era in scadenza proprio oggi. Nel complesso, il provvedimento riguarda economie che rappresentano il 99,4% delle importazioni statunitensi: quasi tutto ciò che entra negli USA da fuori confine è ora soggetto alla nuova tariffa.
La logica del provvedimento divide i Paesi in due fasce. Chi ha assunto impegni formali contro l'importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato paga il 10%: in questo gruppo figurano i 27 Paesi dell'Unione Europea, Canada, India, Messico e Regno Unito. Chi non ha adottato divieti analoghi si trova invece al 12,5%: è il caso di Australia, Brasile, Cina, Giappone, Russia, Filippine, Thailandia e Vietnam, tra gli altri. La motivazione ufficiale dell'amministrazione è proprio questa — combattere il lavoro forzato a livello globale — anche se i critici leggono la mossa come parte di una strategia più ampia per ridurre la dipendenza americana dalle importazioni estere.
La base giuridica scelta è la Sezione 301 del Trade Act del 1974, una norma che conferisce all'esecutivo poteri in materia commerciale. La scelta non è casuale: a febbraio 2026, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bocciato con una decisione di sei voti contro tre i dazi cosiddetti Liberation Day introdotti da Trump nell'aprile 2025, stabilendo che l'International Emergency Economic Powers Act — la legge fino ad allora invocata dall'amministrazione — non autorizzava il presidente a imporre dazi in tempo di pace, prerogativa che spetta al Congresso. A maggio, la Corte di Commercio Internazionale aveva aggiunto un'altra sconfitta, dichiarando illegali anche i successivi dazi del 10% fondati sulla Sezione 122 dello stesso Trade Act. Con la Sezione 301, l'amministrazione punta a un terreno più solido.
Non tutto è colpito allo stesso modo. Sono esenti, tra le altre categorie, i prodotti coperti dall'accordo commerciale USMCA tra Stati Uniti, Messico e Canada, oltre a petrolio e gas, fertilizzanti, alcuni prodotti agricoli, aeromobili e minerali critici. Queste esclusioni attenuano l'impatto su alcuni settori strategici, ma lasciano esposta una parte molto ampia dell'interscambio globale.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il Brasile — che paga l'aliquota più alta — ha già dichiarato che potrebbe rispondere con dazi di ritorsione contro le merci statunitensi. Il Giappone ha definito il provvedimento «deplorevole», l'Australia lo ha giudicato «ingiustificato», e la Cina ha espresso obiezioni formali. L'Unione Europea, che per ora si trova nella fascia più bassa, non ha ancora annunciato contromisure ufficiali al momento dell'entrata in vigore.
Il contesto in cui arriva questa decisione è già di per sé teso. Da tredici notti consecutive, le forze armate statunitensi conducono attacchi contro l'Iran, presi di mira — secondo fonti militari americane — capacità marittime, siti di stoccaggio missilistico, infrastrutture di sorveglianza costiera e sistemi di difesa aerea. L'Iran ha risposto con attacchi con droni contro basi e strutture militari americane in Bahrain e Giordania. Il conflitto, riacceso il 28 febbraio 2026 con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele denominati Operazione Furia Epica, ha già prodotto effetti sui mercati energetici: il traffico nello Stretto di Hormuz è rallentato sensibilmente, portando il prezzo globale del petrolio oltre i cento dollari al barile.
Per le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti — un mercato da cui l'Italia non può permettersi di distogliere lo sguardo — il nuovo regime tariffario introduce un costo aggiuntivo su cui occorrerà ragionare settore per settore. I negoziati tra Bruxelles e Washington rimangono aperti, ma al momento non c'è nessun accordo in vista che possa abbassare o eliminare l'aliquota del 10%. Il margine per trattare esiste, ma il tempo stringe.