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Ben Gvir vuole svuotare Gaza in sette anni: il piano "Disimpegno 710" e le accuse di deportazione
Foto: דוד דנברג / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
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Ben Gvir vuole svuotare Gaza in sette anni: il piano "Disimpegno 710" e le accuse di deportazione

Il ministro israeliano presenta un progetto per trasferire 1,86 milioni di palestinesi fuori da Gaza. Critici: è deportazione mascherata da volontarietà.

La Redazione ·4 settembre 2026 11:06 ·3 min di lettura

È stato presentato giovedì 3 settembre 2026, in piena campagna elettorale per le elezioni israeliane del 27 ottobre, il piano che Itamar Ben Gvir chiama "Disimpegno 710": un progetto per trasferire fuori dalla Striscia di Gaza la quasi totalità della sua popolazione nell'arco di sette anni. Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico), lo ha definito un programma di «emigrazione volontaria». Le organizzazioni internazionali e diversi osservatori lo leggono in modo radicalmente diverso.

Il nome del piano è un doppio riferimento storico: al disimpegno israeliano del 2005, quando Israele ritirò unilateralmente forze e coloni da Gaza, e all'attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. I numeri sono precisi e ambiziosi: 250.000 residenti di Gaza nel primo anno, 1,11 milioni entro tre anni, 1,86 milioni entro sette anni. Una cifra che si avvicina all'intera popolazione attuale della Striscia, stimata in circa 2,3 milioni di persone.

Per realizzarlo, Ben Gvir propone l'istituzione di un ministero governativo dedicato, accordi con i paesi di destinazione e percorsi di emigrazione regolamentati. Agli emigranti verrebbe offerto un «pacchetto di assorbimento» che include assistenza al viaggio, alloggio iniziale, formazione professionale e supporto fino a 24 mesi. I paesi che accetteranno di ospitare i Gazawi riceverebbero pagamenti proporzionali al numero di persone accolte. Il costo stimato: un investimento iniziale israeliano di 10 miliardi di shekel — circa 3 miliardi di euro — con un quadro aggiuntivo fino a 50 miliardi di shekel legato alla partecipazione internazionale.

Le dichiarazioni di Ben Gvir alla presentazione non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche. «Invece delle illusioni di pace ora, abbiamo bisogno di azioni di emigrazione ora», ha detto. «Invece di scavare tunnel, è tempo di fare le valigie». Ha poi citato Rehavam Ze'evi, storico sostenitore dei trasferimenti di popolazione soprannominato «Gandhi», con l'affermazione: «Gandhi aveva ragione». Ha infine sostenuto che paesi non specificati sarebbero già pronti ad accogliere i palestinesi e che l'idea avrebbe guadagnato legittimità dopo che l'ex presidente americano Donald Trump l'aveva sollevata pubblicamente nel febbraio 2025, prima di abbandonarla di fronte all'opposizione internazionale.

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Il contesto politico è centrale per capire la portata della proposta. Otzma Yehudit intende fare dell'adozione del piano una condizione per entrare nel prossimo governo. Ben Gvir ha già in passato espresso posizioni che sono finite davanti alla Corte Mondiale delle Nazioni Unite: nell'agosto 2026 aveva dichiarato di sostenere l'uccisione di «30-40 persone a Gaza ogni notte», aggiungendo che «non sono nemmeno persone». Israele nega di aver commesso genocidio.

All'interno del governo israeliano le reazioni sono tutt'altro che uniformi. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha espresso scetticismo sulla disponibilità concreta di altri paesi ad accogliere i palestinesi, mettendo in dubbio l'utilità del piano se gli emigranti dovessero rientrare a Gaza entro un anno. Smotrich ha però anche proposto di estendere logiche simili alla Cisgiordania. Il ministro della Difesa Israel Katz ha invece chiarito che i piani per un'emigrazione di massa da Gaza sono ancora in discussione all'interno del governo, e che sono stati solo «congelati».

La critica internazionale è netta. Molti osservatori e organizzazioni per i diritti umani sostengono che l'etichetta di «emigrazione volontaria» sia incompatibile con le condizioni reali della Striscia: bombardamenti, carenza di cibo e acqua, e la decimazione di intere famiglie renderebbero qualsiasi scelta di lasciare Gaza sostanzialmente coercitiva. Lo spostamento forzato di popolazione è vietato dalle Convenzioni di Ginevra ed è classificato come crimine di guerra. Il piano è considerato da analisti «altamente improbabile che si realizzi» e destinato a incontrare una «massiccia opposizione internazionale». I leader arabi hanno già presentato una controproposta centrata sulla ricostruzione del territorio palestinese senza alcuno spostamento della popolazione.

Va ricordato che il disimpegno israeliano del 2005 — quello originario, da cui il piano prende in parte il nome — portò all'evacuazione di circa 8.500 coloni da 21 insediamenti. Nonostante il ritiro, le Nazioni Unite e numerose organizzazioni internazionali considerano tuttora Gaza sotto occupazione israeliana, in ragione del controllo esercitato da Israele su confini, coste, spazio aereo e affari esterni del territorio. Hamas prese il controllo della Striscia nel 2007.

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