Attacchi USA sull'Iran: violata la tregua, colpite infrastrutture strategiche e minacciato Hormuz
Per la seconda notte consecutiva, i cieli dell'Iran non conoscono pace sotto i bombardamenti incrociati. Gli attacchi statunitensi, ordinati come rappresaglia per le minacce alle navi mercantili, hanno colpito duramente il sud del paese, distruggendo la città marittima di Chabahar e innalzando una colonna di fumo nero vicino all'aeroporto di Iranshahr. La violenza si è estesa alle infrastrutture critiche: il ponte ferroviario strategico nella provincia del Golestan, che collega Teheran a Mosca e Pechino, è stato distrutto, isolando ulteriormente le rotte di rifornimento di Teheran. La paura si diffonde anche per la centrale nucleare di Bushehr, bersaglio di esplosioni multiple che hanno accrescido l'ansia per la stabilità regionale.
La tregua raggiunta faticosamente tre settimane prima è quindi definitivamente violata, segnando il primo ritorno diretto degli Stati Uniti contro infrastrutture iraniane dopo il cessate il fuoco. Il Centocom ha dichiarato di aver colpito circa 90 obiettivi militari, con un bilancio di vittime che è rapidamente passato da tre a 14 morti e 78 feriti in sole due giornate di bombardamenti su cinque province. L'Iran non è rimasto in silenzio: le Guardie della Rivoluzione hanno rivendicato l'attacco a 85 installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, una dimostrazione di forza che mira a ribaltare la pressione strategica. "Gli Stati Uniti non hanno ancora capito che le intimidazioni non resteranno impunite", tuona il capo negoziatore iraniano Ghalibaf, rivendicando la sovranità dell'Iran sullo Stretto di Hormuz e dichiarando che la sua riapertura sarà possibile solo alle condizioni del paese.
Mentre la tensione militare si escalda, la vita nello Stretto di Hormuz procede a contagocce, con le navi che passano in una fila sospesa e incerta. Questa crisi di navigazione si intreccia con un lutto nazionale profondo: centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alla sepoltura dell'Ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema uccisa negli attacchi congiunti israelo-americani del 28 febbraio. Nella sua città natale, Mashhad, al nord dell'Iran, l'ultimo saluto solenne è diventato l'occasione per esalare, a gran voce, la morte a Israele e a Donald Trump davanti a una delle più grandi moschee del mondo. La guerra d'Iran, detta anche terza guerra del Golfo, ha preso avvio in quel febbraio, chiudendo le rotte energetiche e provocando una crisi globale sui prezzi delle materie prime, mentre i negoziati naufragano e le forze statunitensi continuano a bloccare le navi verso i porti iraniani, con Trump che annuncia il blocco definitivo dello Stretto.