UniCredit, semestre da record: utili a 6,1 miliardi e Orcel frena sul risiko italiano
È il miglior primo semestre nella storia di UniCredit, e i numeri non lasciano spazio a interpretazioni: 6,1 miliardi di euro di utile netto nei primi sei mesi del 2026, con una crescita del 24% su base annua rettificata. Il secondo trimestre da solo ha prodotto 3,1 miliardi di utile (rettificato), segnando il ventiduesimo trimestre consecutivo di risultati record per l'istituto guidato dall'amministratore delegato Andrea Orcel. Una striscia che, a questo punto, ha smesso di essere una sorpresa per diventare quasi un'attesa.
Il Return on Tangible Equity — l'indicatore che misura quanto la banca rende sul capitale impiegato — si è attestato al 24% nel semestre, un livello che pochi istituti europei riescono ad avvicinare. Sulla scorta di questi risultati, il management ha alzato le previsioni per l'intero 2026: l'obiettivo sull'utile netto è ora fissato a «ben oltre 11 miliardi di euro», o circa 11,5 miliardi escludendo i costi di integrazione. Lo sguardo si spinge già al 2028 — «ben oltre 13 miliardi», prima del consolidamento completo di Commerzbank — e al 2030, con un traguardo dichiarato «superiore a 15 miliardi». Numeri che suonano come una promessa agli azionisti, cui la banca intende distribuire circa 50 miliardi di euro complessivi nel quinquennio 2026-2030, con un payout ratio dell'80%.
La partita tedesca: Commerzbank si avvicina al traguardo
Se i conti guardano al futuro con ottimismo, è sulla scacchiera europea che si gioca la mossa più rilevante. UniCredit ha chiuso l'offerta pubblica di acquisto volontaria su Commerzbank l'8 luglio 2026, arrivando a detenere il 47,6% del capitale, pari a circa il 49,7% dei diritti di voto escluse le azioni proprie. Un risultato che ha trasformato quella che era una partecipazione di minoranza in una posizione dominante de facto.
Il passo successivo — assumere formalmente il controllo — è atteso nel quarto trimestre del 2026, «o forse più tardi», come ha precisato Orcel, condizionando tutto alle necessarie approvazioni regolamentari. Il segnale più significativo è arrivato il 24 luglio, quando Jens Weidmann, presidente del consiglio di sorveglianza di Commerzbank, ha dichiarato la disponibilità dell'istituto tedesco ad avviare colloqui sui termini di una fusione, segnando un cambio di passo rispetto alla resistenza che aveva caratterizzato i mesi precedenti. Orcel ha confermato l'intenzione di aprire un confronto con il governo di Berlino, i rappresentanti dei lavoratori e il management della banca. L'integrazione operativa, tuttavia, non sarà immediata: il piano prevede di mantenere le due realtà separate per due o tre anni prima di una fusione piena, mentre l'operazione dovrebbe generare una crescita a doppia cifra sull'utile netto nel triennio 2026-2028, con un ritorno del 15% sull'investimento.
Sul risiko italiano, UniCredit si chiama fuori
Se la partita tedesca è aperta e si avvia alla chiusura, quella italiana resta, almeno nelle parole di Orcel, definitivamente chiusa. Le voci su un possibile interesse di UniCredit per una quota in Monte dei Paschi di Siena sono tornate a circolare nelle ultime settimane, ma l'AD le ha «fermamente respinte», definendole «speculative e ingiustificate» — la stessa formula usata già a gennaio 2026, quando la banca aveva bollato quelle indiscrezioni come «pura invenzione». Nel consolidamento bancario italiano, ha ribadito Orcel, UniCredit è e resterà un semplice osservatore.
Più articolata la posizione su Generali, dove UniCredit ha nel frattempo portato la propria partecipazione all'8,7% del capitale, nonostante le indicazioni contrarie dei mesi scorsi. La spiegazione ufficiale è quella di un «investimento finanziario» con un «rendimento interessante», ampiamente coperto per limitare l'esposizione economica e l'assorbimento di capitale regolamentare. A giugno erano emerse indiscrezioni su una proposta informale a Delfin — la holding della famiglia Del Vecchio — per uno scambio azionario che avrebbe portato UniCredit a sfiorare il 20% del leone triestino, ma l'interlocutore avrebbe accolto l'idea con freddezza. Orcel non ha confermato né smentito nel dettaglio: «È un investimento, poi decideremo», la sintesi del suo pensiero.
Dietro la solidità dei numeri c'è anche una base patrimoniale che permette margini di manovra: il coefficiente CET1 — la misura principale di solidità del capitale bancario — si attesta al 14,3% nel secondo trimestre, con una proiezione pro-forma al 14,5% dopo la normalizzazione degli effetti temporanei legati all'acquisizione tedesca. Il piano industriale Unlimited, che punta su crescita dei ricavi e trasformazione digitale attraverso l'intelligenza artificiale, è lo sfondo entro cui si inscrivono tutte le mosse. La banca, insomma, ha i conti in ordine e le idee abbastanza chiare su dove vuole andare — anche se, come spesso accade nel mondo della finanza, la distanza tra le intenzioni dichiarate e i movimenti effettivi può accorciarsi in fretta.