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Tunisia, la siccità diventa emergenza: 300mila senza acqua e proteste in piazza
Foto: Houcemmzoughi / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
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Tunisia, la siccità diventa emergenza: 300mila senza acqua e proteste in piazza

Dighe al minimo, temperature fino a 49°C e un terzo dell'acqua distribuita perso in rete: la crisi idrica tunisina colpisce centinaia di migliaia di persone.

La Redazione ·28 agosto 2026 13:06 ·3 min di lettura

Fabbriche d'acqua minerale che girano a pieno ritmo, ma non bastano. È il paradosso al centro della crisi idrica che stringe la Tunisia in una morsa sempre più soffocante: da un lato la produzione industriale d'acqua imbottigliata è ai massimi, dall'altro la domanda cresce più in fretta di qualsiasi capacità produttiva, spinta da una siccità prolungata e da un'estate che ha fatto registrare temperature fino a 49°C in alcune aree del Paese.

Il quadro è quello di un'emergenza con radici strutturali, non di una semplice fiammata stagionale. Le dighe tunisine hanno raggiunto livelli criticamente bassi, e circa 300.000 cittadini — concentrati soprattutto nelle aree rurali e nei quartieri periferici — si trovano senza una fornitura idrica regolare. A Tunisi e in altre città il governo ha già introdotto l'interruzione notturna dell'acqua corrente come misura ordinaria, non eccezionale. Le famiglie che possono permetterselo si rivolgono a cisterne private, pagando prezzi di mercato ben al di sopra delle tariffe pubbliche, con un impatto pesante sul potere d'acquisto delle fasce più vulnerabili.

A peggiorare il quadro contribuiscono due fattori che si alimentano a vicenda. Il primo è la vetustà della rete idrica: secondo i dati disponibili, quasi il 30% dell'acqua immessa in rete viene dispersa per via di perdite nelle condutture, prima ancora di raggiungere i rubinetti delle abitazioni. Il secondo è la crisi energetica parallela: l'impennata dei consumi per i climatizzatori, inevitabile con temperature simili, ha costretto la Società Tunisina dell'Elettricità e del Gas (STEG) a programmare blackout rotativi in diverse aree del Paese, per evitare il collasso dell'intera rete. I tagli alla corrente rendono più difficile anche la gestione dei sistemi idrici locali, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Le conseguenze non sono soltanto domestiche. Nelle regioni agricole, la scarsità d'acqua sta erodendo i mezzi di sussistenza dei piccoli coltivatori, molti dei quali hanno già abbandonato le proprie terre. L'impatto sulla produzione alimentare rischia di tradursi in pressioni sui prezzi e sulla sicurezza alimentare in un Paese che già fatica sul piano economico.

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Il governo ha risposto con un pacchetto di misure che va dalle restrizioni notturne alla fornitura, fino all'accelerazione di progetti di desalinizzazione dell'acqua di mare e alla riabilitazione delle condotte più ammalorate. Sul fronte diplomatico, nell'aprile 2026 Tunisia, Libia e Algeria hanno firmato un accordo per la gestione condivisa e razionale della grande falda acquifera sahariana che attraversa i tre paesi, con l'obiettivo dichiarato di prevenirne l'inquinamento e il sovrasfruttamento. È un passo che gli esperti considerano necessario, ma i cui effetti concreti si vedranno sul medio-lungo periodo.

Nel frattempo, la tensione sociale cresce. Il 21 agosto 2026 centinaia di persone sono scese in piazza a Tunisi contro il presidente Kais Saied, denunciando non solo la carenza di acqua potabile e i blackout, ma anche le restrizioni alle libertà civili: un segnale che la crisi idrica si è saldata con il malcontento politico più ampio, diventando uno dei principali terreni di contestazione al potere.

La vicenda tunisina è un caso da manuale di come la crisi climatica — con le sue siccità sempre più frequenti e intense — interagisca con le fragilità infrastrutturali e le disuguaglianze sociali preesistenti, amplificandole fino al punto di rottura. Le risposte esistono, dalla manutenzione della rete alla diversificazione delle fonti, ma richiedono investimenti e tempi che l'urgenza quotidiana di 300.000 persone senz'acqua non concede.

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