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Grano ai massimi da tre anni: siccità e Mar Nero fanno salire pane e pasta
Foto: Mark Stebnicki / Pexels
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Grano ai massimi da tre anni: siccità e Mar Nero fanno salire pane e pasta

Il prezzo del grano è salito del 37% nel 2026. Colpa della siccità globale e dei blocchi alle esportazioni ucraine. E al supermercato si sente già.

La Redazione ·27 agosto 2026 9:06 ·4 min di lettura

Mercoledì 26 agosto 2026 i mercati internazionali dei futures sul grano hanno registrato i prezzi più alti da tre anni, con un rialzo che dall'inizio dell'anno supera il 37%. Non si tratta di una fiammata isolata: è il punto d'arrivo di una pressione che si accumula da mesi, alimentata da due forze convergenti — la siccità che stringe le aree cerealicole di tutto l'emisfero settentrionale e le tensioni militari che paralizzano le rotte del Mar Nero. Per i consumatori italiani, il conto arriva puntuale al supermercato: tra il 2021 e maggio 2026, il prezzo medio del pane è passato da 3,03 a 4,99 euro al chilo, quello della pasta da 1,34 a 2,40 euro. La spesa mensile media di una famiglia è salita a 645 euro, quasi 2.000 euro in più all'anno rispetto a cinque anni fa.

Il legame tra clima e quotazioni non è nuovo, ma uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Earth's Future lo ha quantificato con precisione: oltre il 70% delle fluttuazioni annuali dei prezzi globali del grano tra il 2000 e il 2021 sono attribuibili alla grave scarsità d'acqua nelle aree di coltivazione. Il meccanismo è semplice quanto insidioso: quando la siccità colpisce contemporaneamente più grandi bacini produttivi, viene meno la possibilità che i raccolti di una zona compensino le perdite di un'altra. Jørgen E. Olesen, coautore dello studio e responsabile del Dipartimento di Agroecologia della Aarhus University, ha sottolineato come uno shock produttivo sincronizzato sul grano — alimento di base per miliardi di persone — possa avere ripercussioni globali immediate. La stessa relazione, precisa lo studio, è molto meno pronunciata per il mais (che spiega fino al 40% della variabilità dei prezzi) e quasi assente per il riso.

Le proiezioni climatiche aggravano il quadro. Con un riscaldamento globale di 3 °C, il modello elaborato dai ricercatori stima un prezzo medio del grano di 364 dollari per tonnellata, circa tre volte il valore globale del 2010 corretto per l'inflazione. Uno scenario che, al netto di politiche di adattamento, trasformerebbe le oscillazioni attuali in una nuova normalità strutturale.

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Nel frattempo, la crisi in corso ha ragioni anche geopolitiche ben concrete. L'Ucraina, uno dei principali esportatori mondiali, ad agosto 2026 ha movimentato solo 500.000 tonnellate di grano, circa il 20% della sua capacità mensile abituale. Le esportazioni russe sono scese da cinque a due milioni di tonnellate al mese. Thierry Pouch, capo economista delle Chambres d'agriculture de France, ha definito la situazione «critica» per i ricavi ucraini e ha lanciato l'allarme su una acuta «insicurezza alimentare». I produttori ucraini avvertono che i magazzini si stanno riempiendo senza che vi sia spazio per i raccolti in arrivo, minacciando la campagna agricola futura. Solo a luglio 2026 i prezzi mondiali del grano hanno segnato un'impennata del 5,8% rispetto a giugno, con un totale da gennaio che si avvicina al 25%.

Anche l'Italia paga il prezzo di questa convergenza di crisi. La produzione di grano duro nel 2026 ha registrato un calo del 6% rispetto all'anno precedente, mentre secondo un'analisi di Coldiretti pubblicata l'11 agosto 2026 i danni complessivi per gli agricoltori italiani — tra siccità al Nord, caldo prolungato al Centro, grandine e incendi — hanno già superato i 3 miliardi di euro. Peraltro, va precisato che il peso del grano sul prezzo finale del pane rimane in media «ampiamente sotto il 10%»: a incidere di più sono i costi energetici, la manodopera, i costi fissi e la logistica. Il che significa che parte del rincaro che si avverte in cassa è anche frutto di pressioni più ampie sul sistema produttivo e distributivo, non solo delle quotazioni sui mercati delle materie prime.

Lo scenario globale non è rassicurante. Le previsioni dell'USDA di luglio 2026 stimano per il 2026-27 una produzione mondiale di grano di circa 820 milioni di tonnellate, contro consumi superiori a 826 milioni: le scorte finali sarebbero in calo. Anche la FAO prospetta per il 2026 una produzione mondiale di frumento in lieve diminuzione, attorno agli 810 milioni di tonnellate. Sul versante nord-americano, il Canada — secondo produttore mondiale di grano duro — stima per il 2026-27 una produzione di 5,8 milioni di tonnellate, in calo dai 7,1 milioni dell'anno precedente, mentre le aree produttive degli Stati Uniti continuano a fare i conti con la siccità. Il risultato è un mercato che si stringe da più direzioni insieme, lasciando poco margine per i cuscinetti che in passato avevano attutito le crisi. Per le famiglie italiane, la domanda non è più se i prezzi saliranno, ma quanto a lungo.

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