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Stretto di Hormuz: traffico marittimo crolla del 28%, ecco come la crisi spinge i prezzi del carburante
Foto: İrfan Simsar / Pexels
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Stretto di Hormuz: traffico marittimo crolla del 28%, ecco come la crisi spinge i prezzi del carburante

Il traffico nello Stretto di Hormuz è diminuito del 28% a causa dell'allarme sicurezza. La crisi in corso sta avendo un impatto diretto sui prezzi del petrolio e sul commercio globale.

La Redazione ·9 settembre 2026 11:14 ·5 min di lettura

Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più vitali per il commercio mondiale, ha registrato un crollo del 28%. Questo dato allarmante è la diretta conseguenza di una crescente instabilità nell'area, che si traduce in un allarme sicurezza persistente e in una serie di eventi che stanno ridefinendo le rotte commerciali e i costi energetici a livello globale. La ricaduta concreta di questa situazione si avverte già nelle tasche dei cittadini, con i prezzi del carburante che continuano a subire forti pressioni al rialzo.

La radice di questo drastico calo affonda nella "guerra in Iran del 2026", iniziata il 28 febbraio di quest'anno con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Le tensioni tra le parti erano escalate già prima del 2026, a seguito di negoziati nucleari falliti e un precedente conflitto aereo di dodici giorni nel 2025. Prima dell'inizio delle ostilità, lo Stretto di Hormuz era un crocevia indispensabile, attraverso il quale transitava circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% del gas naturale liquefatto (GNL), con alcune stime che indicavano fino al 30% del petrolio greggio scambiato via mare.

La chiusura effettiva dello Stretto al traffico commerciale normale da parte dell'Iran è avvenuta proprio il 28 febbraio 2026, subito dopo l'inizio del conflitto. Il numero di petroliere in transito è sceso quasi a zero. Il 4 marzo, l'Iran ha formalmente annunciato la chiusura dello Stretto, minacciando di attaccare qualsiasi nave che avesse tentato di attraversarlo. Successivamente, il 27 marzo, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato lo Stretto chiuso a qualsiasi nave diretta "da e verso" i porti degli Stati Uniti, di Israele e dei loro alleati. In risposta, tra il 13 aprile e il 29 maggio 2026, gli Stati Uniti hanno contemporaneamente bloccato i porti iraniani.

Un breve tentativo di riapertura dello Stretto, basato su un memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran a giugno 2026, si è interrotto bruscamente all'inizio di luglio, a seguito di nuovi attacchi a navi commerciali. La situazione è precipitata ulteriormente: se prima della crisi transitavano una media di 88-130 navi al giorno, ad agosto 2026 il traffico era sceso a sole cinque navi quotidiane. Al 23 luglio, circa dieci navi transitavano quotidianamente, un numero irrisorio rispetto al volume pre-crisi.

Gli eventi più recenti di settembre 2026 hanno accentuato l'allarme. Il 5 settembre, le forze statunitensi hanno colpito tre petroliere iraniane. L'IRGC ha replicato lo stesso giorno, dichiarando di aver preso di mira tre petroliere che viaggiavano su rotte non autorizzate nello Stretto e tre navi statunitensi in altre aree. Il 6 settembre, la media mobile di dieci giorni per le navi in transito era di dieci, con solo due navi passate il 5 settembre e sei il 6, principalmente sulla rotta iraniana. In questo contesto, Mohsen Rezaei, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell'Iran, ha annunciato l'intenzione di dichiarare una nuova zona di esclusione al di fuori dello Stretto, mirata alle navi ritenute in transito non autorizzato. L'8 settembre, gli Stati Uniti hanno colpito altre cinque petroliere iraniane, provocando un attacco iraniano alla base aerea di Al-Azraq in Giordania. Lo stesso giorno, solo sei navi mercantili hanno attraversato lo Stretto. Oggi, 9 settembre, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato di aver attaccato due navi statunitensi e otto petroliere nel Golfo, affermando di aver colpito dieci navi che tentavano di attraversare un'area "proibita e non sicura" dello Stretto di Hormuz.

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La conseguenza più tangibile per i cittadini è la crisi globale del carburante. I prezzi del petrolio sono aumentati a ritmi senza precedenti: il greggio Brent ha superato i 100 dollari USA al barile l'8 marzo 2026 per la prima volta in quattro anni, raggiungendo un picco di 126 dollari. Il più grande aumento mensile si è verificato a marzo e, ad oggi, 9 settembre 2026, il Brent ha già superato nuovamente i 100 dollari al barile. Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le sue previsioni sui prezzi del greggio, prevedendo che le interruzioni delle spedizioni continueranno nel Medio Oriente anche il prossimo anno.

Un altro impatto significativo è l'aumento dei premi assicurativi per il rischio di guerra. Questi sono passati dallo 0,125% a un intervallo tra lo 0,2% e lo 0,4% del valore assicurativo della nave per transito prima degli attacchi di febbraio 2026, un aumento che può significare un quarto di milione di dollari in più per le petroliere molto grandi. Alcuni club di protezione e indennizzo hanno addirittura ritirato la copertura assicurativa. L'Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha riferito che al 21 aprile 2026, circa 20.000 marittimi e 2.000 navi erano bloccati nel Golfo Persico a causa della chiusura, una crisi senza precedenti per il numero di persone e mezzi coinvolti.

La continua chiusura dello Stretto di Hormuz e gli elevati prezzi del carburante stanno pesando sul consumo di petrolio, con una previsione di calo della domanda mondiale di 1,6 milioni di barili al giorno nel 2026. Le esportazioni di greggio dalla regione del Golfo sono diminuite di quasi la metà (47%) rispetto al periodo pre-bellico, passando da circa 17 milioni di barili al giorno nel 2025 a circa nove milioni ad agosto 2026. Gli analisti stimano che tra i cinque e i sette milioni di barili di petrolio del Golfo al giorno siano attualmente interrotti.

Le ripercussioni si estendono anche ad altre rotte: il Canale di Panama ha dovuto limitare il traffico a causa dei bassi livelli d'acqua, in parte dovuti all'aumento del traffico da paesi che si rivolgono al Nord e Sud America per le forniture di petrolio a causa della crisi di Hormuz. Le esportazioni di greggio statunitense sono aumentate del 46% su base annua nel secondo trimestre del 2026. A ciò si aggiungono le preoccupazioni ambientali: la guerra tra Stati Uniti e Iran è sempre più combattuta in mare, sollevando timori di devastanti fuoriuscite di petrolio. Uno studio di giugno 2026 ha rilevato che le fuoriuscite di petrolio nel Golfo e nello Stretto di Hormuz erano quattro volte superiori a marzo rispetto all'anno precedente. La situazione nello Stretto di Hormuz, dunque, non è solo una questione di sicurezza regionale, ma un nodo cruciale che sta ridisegnando l'economia globale e le abitudini di consumo, con effetti a lungo termine ancora difficili da quantificare pienamente.

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