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Mellitah assediata dai manifestanti: quando il caldo libico minaccia il gas italiano
Illustrazione generata con AI
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Mellitah assediata dai manifestanti: quando il caldo libico minaccia il gas italiano

Proteste per i blackout durati oltre 14 ore al giorno hanno bloccato il complesso Eni-NOC in Libia. La pipeline verso la Sicilia è a rischio.

La Redazione ·4 agosto 2026 16:07 ·4 min di lettura

Tra la notte del 27 e il 28 luglio scorsi, centinaia di manifestanti hanno fatto irruzione nel complesso petrolifero e del gas di Mellitah, a circa 115 chilometri a ovest di Tripoli. La ragione è brutale nella sua semplicità: in Libia occidentale l'elettricità mancava per più di quattordici ore al giorno, in piena ondata di caldo estremo, e la popolazione aveva deciso che non bastava più protestare per strada. La struttura presa di mira è uno dei nodi energetici più rilevanti del Mediterraneo, e i suoi guai non sono affar solo libico.

Il complesso è gestito dalla joint venture Mellitah Oil & Gas, nata nel 2008 dalla partnership tra la National Oil Corporation (NOC) libica e l'italiana Eni. A piena capacità produce otto miliardi di metri cubi di gas all'anno destinati all'esportazione verso l'Italia — via la pipeline Greenstream, che collega Mellitah direttamente alla Sicilia con una portata di circa 30 milioni di metri cubi al giorno — e altri cinque miliardi per le centrali elettriche locali. Il giorno stesso dell'irruzione, la NOC ha annunciato la sospensione delle operazioni e l'interruzione della produzione di gas naturale. Si è fermato il giacimento petrolifero di El Feel, con una capacità di 80.000-90.000 barili al giorno, e si sono ridotte parzialmente le attività nel giacimento di Wafa. La piattaforma offshore di Sabratha ha interrotto i lavori. Il rischio di un blackout nazionale in Libia era concreto.

Il premier Abdul Hamid Dbeibah ha ordinato nella mattinata del 28 luglio all'esercito di riprendere il controllo del sito e di riaprire i gasdotti. Le forze di sicurezza sono intervenute nel corso del pomeriggio, e la NOC ha autorizzato la ripresa della produzione non appena il complesso è stato dichiarato sicuro. Il 30 luglio, le operazioni sono formalmente ripartite. Sul piano della sicurezza, il livello di allerta resta elevato.

La dinamica di quanto accaduto a Mellitah non è nuova, ma rivela una contraddizione che si trascina da anni. La Libia è uno dei Paesi più ricchi di idrocarburi del continente africano, eppure i suoi cittadini vivono con le candele durante l'estate. Le interruzioni delle infrastrutture energetiche in Libia occidentale sono storicamente provocate non da attacchi armati o azioni di gruppi militari organizzati, ma da manifestazioni civili legate al deterioramento dei servizi pubblici. Anche questa volta i manifestanti chiedevano non soltanto la luce, ma anche le dimissioni dello stesso Dbeibah. Il governo di unità nazionale ha risposto dichiarando che «non permetterà alcun attacco a strutture vitali o alcun danno alle risorse del popolo libico». Parole che suonano difensive in un Paese dove l'altra metà del territorio è governata da un esecutivo rivale, con sede nell'est, e dove la responsabilità della protezione delle infrastrutture energetiche rimane ambigua.

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Il sindacato dei lavoratori del complesso ha alzato la voce in modo distinto: ha condannato la chiusura delle linee del gas non per ragioni politiche, ma tecniche. Blocchi improvvisi in impianti come quello di Mellitah comportano rischi operativi seri e mettono in pericolo chi ci lavora dentro. I sindacalisti hanno chiesto misure di sicurezza più stringenti e azioni legali contro i responsabili dell'irruzione.

Per l'Italia, la vicenda ha un peso diretto. Qualsiasi interruzione prolungata a Mellitah si traduce in una riduzione delle forniture di gas via Greenstream e in pressioni sul mercato energetico europeo, in un momento in cui la diversificazione delle fonti di approvvigionamento rimane un obiettivo incompiuto. Eni ha recentemente annunciato nuove scoperte di gas in Libia — con stime preliminari superiori a un trilione di piedi cubi — e a giugno 2026 la joint venture ha avviato il Sabratha Compression Project, che ha già incrementato la produzione. È in cantiere anche il progetto Structures A & E, un investimento da 8 miliardi di dollari per sviluppare due giacimenti offshore e aggiungere una capacità di 750 milioni di piedi cubi al giorno. Il piano include anche una struttura di cattura e stoccaggio del carbonio.

Ma ogni progetto di sviluppo resta esposto alla stessa vulnerabilità di fondo: un impianto che vale miliardi può essere paralizzato da cittadini esasperati che vogliono soltanto tenere un ventilatore acceso di notte. Non è la prima volta che Mellitah finisce nel mirino: già nel gennaio 2024 le autorità avevano rafforzato la sicurezza intorno al complesso a seguito di minacce di chiusura da parte di un gruppo che protestava contro la corruzione e chiedeva la rimozione del presidente della NOC. Il ciclo, finora, si ripete.

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