AstraZeneca e Bristol Myers Squibb verso una fusione da 400 miliardi di dollari
Le due grandi case farmaceutiche sono in trattative avanzate. L'operazione creerebbe il quarto colosso mondiale del settore per capitalizzazione.
Le due giganti della farmaceutica mondiale stanno discutendo una possibile fusione che ridisegnerebbe gli equilibri dell'intero settore. La britannica AstraZeneca e l'americana Bristol Myers Squibb sono in trattative da diversi mesi per dar vita a un gruppo con una valutazione complessiva di quasi 400 miliardi di dollari, che diventerebbe la quarta casa farmaceutica al mondo per capitalizzazione di mercato. La notizia è stata riportata per la prima volta dal Financial Times nella mattinata del 3 agosto 2026.
Le cifre in gioco danno la misura dell'operazione. Al momento della diffusione della notizia, AstraZeneca valeva circa 263-266 miliardi di dollari, pari a circa 196 miliardi di sterline; Bristol Myers Squibb si attestava tra 133 e 142 miliardi di dollari. Sommare le due capitalizzazioni significherebbe costruire un colosso che poche aziende al mondo potrebbero eguagliare per peso sul mercato farmaceutico globale. Le Borse hanno reagito in modo speculare: le azioni di AstraZeneca sono scese di oltre il 7% nelle contrattazioni mattutine a Londra, mentre quelle di Bristol Myers Squibb sono salite dell'8% nelle contrattazioni pre-mercato a New York. Una divaricazione classica nelle grandi fusioni, dove chi acquista viene punito dagli investitori e chi viene acquisito vede lievitare il proprio titolo.
La logica industriale dell'accordo punta soprattutto sull'oncologia. Entrambe le aziende dispongono di portafogli significativi in questo settore, e una fusione creerebbe un'offerta combinata di difficile confronto. Bristol Myers Squibb porterebbe in dote prodotti approvati e programmi clinici in ematologia, malattie cardiovascolari, immunologia e neuroscienze, ampliando ulteriormente il perimetro terapeutico del gruppo risultante. Sul fronte geografico, l'operazione consentirebbe ad AstraZeneca di rafforzare la propria presenza nel mercato statunitense, da tempo nel mirino dell'azienda guidata da Pascal Soriot: lo scorso giugno 2026, il gruppo ha completato una quotazione diretta delle sue azioni alla Borsa di New York, e ha già dichiarato l'intenzione di investire 50 miliardi di dollari in ricerca e produzione negli Stati Uniti entro il 2030.
Non mancano, però, le voci critiche. Gli analisti si sono mostrati scettici sulla logica strategica dell'accordo, richiamando la storia non sempre brillante delle mega-fusioni in Big Pharma e sollevando dubbi sulla reale necessità finanziaria per AstraZeneca, che si era dichiarata fiduciosa di raggiungere 80 miliardi di dollari di vendite annuali entro il 2030, rispetto ai 59 miliardi dell'anno precedente. Il timore, ricorrente nel settore, è quello della value destruction: fusioni enormi che nei mesi successivi faticano a integrare culture aziendali diverse, portafogli sovrapposti e strutture di costo complesse. Un'eventuale operazione sarebbe sottoposta a un attento scrutinio regolatorio proprio per la sovrapposizione dei due portafogli oncologici.
Dall'altra parte del tavolo, Bristol Myers Squibb ha le sue ragioni per guardare con interesse a un'aggregazione. L'azienda si trova a fare i conti con importanti scadenze di brevetti in avvicinamento: la perdita di esclusività per farmaci chiave come Eliquis e Opdivo è prevista entro il 2028, una prospettiva che in gergo tecnico si chiama patent cliff e che storicamente spinge le grandi case farmaceutiche verso acquisizioni o fusioni per riempire il vuoto di ricavi. I risultati del secondo trimestre 2026 hanno comunque sorpreso positivamente Wall Street — ricavi a 12,97 miliardi di dollari, in crescita del 5% — e l'azienda ha alzato le previsioni annuali a un intervallo tra 49 e 50 miliardi di dollari. Una posizione di forza che potrebbe rendere più equilibrata la trattativa.
Per AstraZeneca, questo non è il primo capitolo di una storia con la M&A globale. Nel 2014, l'azienda respinse un'offerta ostile di Pfizer che la valutava quasi 70 miliardi di sterline; da allora, sotto la guida di Soriot — al timone da 14 anni, durante i quali il valore del titolo è quadruplicato — la strategia è stata quella della crescita organica più che delle grandi fusioni. Un'eventuale intesa con Bristol Myers Squibb segnerebbe quindi una svolta netta rispetto all'impostazione degli ultimi anni. Le trattative sono ancora in corso e nessun accordo è stato formalizzato.