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Banco BPM-MPS, Crédit Agricole frena tutto: «Senza di noi non si fa nulla»
Foto: Elina Volkova / Pexels
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Banco BPM-MPS, Crédit Agricole frena tutto: «Senza di noi non si fa nulla»

Il colosso francese, primo azionista di Banco BPM con il 29,3%, boccia l'ipotesi di fusione con Monte dei Paschi e rilancia: meglio sposare Crédit Agricole Italia.

La Redazione ·2 agosto 2026 8:04 ·3 min di lettura

Il risiko bancario italiano entra in una fase decisiva, e la voce che conta di più arriva da Parigi. Il 31 luglio 2026, mentre il consiglio di amministrazione di Banco BPM comunicava la chiusura formale delle discussioni con Monte dei Paschi di Siena, i vertici di Crédit Agricole uscivano allo scoperto con parole nette: l'ipotesi di una fusione tra i due istituti italiani è «molto difficile» da giustificare per i propri azionisti, e in ogni caso non può avvenire senza il loro consenso. Un doppio messaggio — di veto implicito e di ambizione propria — che ridisegna la mappa delle alleanze nel sistema creditizio nazionale.

Olivier Gavalda, CEO di Crédit Agricole, ha dichiarato il 31 luglio di non aver mai ricevuto «alcuna proposta o informazione concreta» su una possibile combinazione tra MPS e Banco BPM, definendo le notizie circolate nei giorni precedenti «completamente false». Ma il punto più politico lo ha marcato Jerome Grivet, vice CEO del gruppo francese: con una partecipazione ormai al 29,3% del capitale di Banco BPM — salita rapidamente dal 22,9% della fine del primo trimestre 2026 — Crédit Agricole si è autoproclamato «attore ineludibile». «Nulla può accadere contro di noi o senza di noi», ha detto Grivet, con una chiarezza che ha il sapore di una dichiarazione di campo più che di un comunicato finanziario.

Per capire perché questa presa di posizione pesi così tanto, bisogna ripercorrere brevemente le ultime settimane. A giugno 2026, Banco BPM aveva avanzato l'idea di una fusione tra pari con Monte dei Paschi, un'operazione che — sulla carta — avrebbe potuto dar vita alla seconda banca italiana per capitalizzazione di mercato. L'obiettivo dichiarato era costruire un terzo polo capace di competere con Intesa Sanpaolo e UniCredit. Il governo italiano, ancora azionista di MPS dopo il salvataggio del 2017, aveva caldeggiato il progetto proprio per questo motivo. Ma il 31 luglio il cda di Banco BPM ha chiuso ufficialmente quella porta, e nel frattempo lo scenario si è complicato ulteriormente con l'offerta non richiesta di 30,6 miliardi di euro che Intesa Sanpaolo ha presentato su Monte dei Paschi a giugno 2026.

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Credit Agricole, dal canto suo, ha già in mente un finale diverso. Sia Gavalda che il CEO di Banco BPM, Giuseppe Castagna, convergono su un'altra ipotesi: la fusione tra Banco BPM e Crédit Agricole Italia, la controllata transalpina operativa nel nostro Paese. Castagna l'ha descritta come l'«opzione più chiara» per il suo gruppo; i vertici francesi la definiscono lo «scenario preferito». Un'operazione del genere darebbe vita a un soggetto con attivi totali superiori a 300 miliardi di euro, con una base di clientela fortemente concentrata nel Nord Italia. Come effetto collaterale, la quota di Crédit Agricole in Banco BPM salirebbe al 35%, consolidando ulteriormente il controllo del gruppo francese sul terzo istituto italiano per dimensioni.

Questa prospettiva solleva interrogativi rilevanti sul piano della sovranità industriale e della concorrenza. Un polo bancario italiano di questa taglia, con un azionista di riferimento straniero così dominante, è esattamente il tipo di scenario su cui il governo italiano ha strumenti di intervento: i cosiddetti golden powers, i poteri speciali che consentono a Roma di condizionare o bloccare operazioni ritenute strategiche. L'esecutivo li applicherebbe, è stato chiarito, in qualsiasi operazione che coinvolga asset bancari di rilievo sistemico.

Il quadro che emerge, dunque, è quello di una partita a scacchi con almeno tre giocatori principali — Banco BPM, Crédit Agricole e il governo italiano — più un quarto che osserva con interesse, Intesa Sanpaolo, la cui mossa su MPS ha già rimescolato le carte. Per i correntisti e i risparmiatori dei tre istituti coinvolti, le ricadute concrete di questi movimenti sono ancora lontane: nessuna fusione è perfezionata, nessuna struttura è definita. Ma i segnali che arrivano indicano che l'assetto del sistema bancario italiano nei prossimi anni potrebbe cambiare in modo significativo, e che le decisioni chiave potrebbero essere influenzate tanto da logiche europee quanto da quelle nazionali.

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