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Il petrolio mediorientale: il più caro al mondo per la crisi nello Stretto di Hormuz

Il petrolio mediorientale: il più caro al mondo per la crisi nello Stretto di Hormuz

La Redazione ·19 marzo 2026 12:09

Il petrolio mediorientale è diventato il più caro al mondo. Negli ultimi giorni, i prezzi hanno toccato vertici mai raggiunti prima, superando persino i picchi del 2008. Tutto è iniziato il 28 febbraio, quando USA e Israele hanno scatenato una guerra contro l'Iran. Teheran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il 20% del petrolio globale, e colpendo impianti petroliferi nel Golfo. Risultato? Una produzione crollata, con esportazioni passate da quasi 19 milioni di barili al giorno a febbraio a 11,665 milioni a marzo, un calo del 32%.

Martedì, il greggio di Dubai per maggio ha sfiorato i 157,66 dollari al barile, record assoluto sui future. L'Oman non è da meno: 152,58 dollari. Solo oggi, un lieve calo, grazie alla ripresa irachena delle esportazioni verso il porto turco di Ceyhan. Ma il danno è fatto. Lo Stretto, largo appena 30 chilometri tra Iran e Penisola Arabica, separa Golfo Persico e Golfo di Oman. La sua chiusura ha interrotto flussi enormi, innescando la più grande crisi petrolifera della storia, con un'offerta globale ridotta dell'8%.

Gli effetti si propagano come un'onda d'urto. In Europa, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, avverte: la sicurezza dell'approvvigionamento regge, ma i prezzi dei combustibili fossili stanno già soffocando l'economia. L'Asia, primo importatore mondiale, dipende per il 60% dal Medio Oriente: Cina con 5,4 milioni di barili al giorno nel 2024, India con 2,1, Europa solo 500mila. Raffinerie asiatiche arrancano, costi lievitano, produzione rallenta. Una dipendenza cronica minaccia catene globali di fornitura.

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I Paesi del Golfo – Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq, Oman, Qatar, Bahrain, Emirati – hanno visto i trasporti crollare del 61%, da 25,13 a 9,71 milioni di barili settimanali. Rotte alternative diventano salvezza. L'Arabia Saudita spinge il gasdotto Est-Ovest verso Yanbu sul Mar Rosso: da 1,7 a 5,9 milioni di barili al giorno, verso la capacità piena di 7 milioni. Gli Emirati puntano su Habshan-Fujairah, bypassando Hormuz verso il Golfo di Oman.

Sul fronte politico, tensioni salgono. Donald Trump invoca una Coalizione Hormuz per scortare navi, ma Europa e Cina dicono no. Compagnie USA allarmate avvertono di un peggioramento. In Europa, Kaja Kallas preme per la fine della guerra. Israele mira al cambio di regime in Iran, che resiste più del previsto. Senza un piano di uscita, l'economia globale patisce: prospettive europee al ribasso, catene produttive interrotte, consumatori sotto pressione. La crisi Hormuz non è solo carburante; è un monito sulla fragilità del mondo interconnesso.

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