Il Golfo torna a volare: tra ripresa fragile e tariffe alle stelle
Il Golfo torna a volare: tra ripresa fragile e tariffe alle stelle
Negli Emirati Arabi Uniti soffia un vento di normalità. Dopo mesi di interruzioni dovute all'escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, gli aeroporti internazionali hanno riaperto i loro cancelli e il trasporto aereo regionale ha ripreso a pulsare con ritmo nuovo. Dubai e Abu Dhabi, gli hub cruciali del Medio Oriente, tornano a essere punti nevralgici della mobilità globale. Eppure, questa ripresa—per quanto attesa—porta con sé una fragilità che non sfugge agli osservatori del settore.
Emirati, la compagnia di bandiera, ha raggiunto quasi l'80% della sua operatività precedente da Dubai, un dato incoraggiante che riflette la resilienza dell'infrastruttura aeroportuale. Il vettore ha chiuso l'anno con un utile netto record e vanta riserve di liquidità solide, elementi che suggeriscono una capacità di navigare ancora le turbolenze. Air Arabia ed Etihad operano intorno al 60% dei volumi di febbraio, mentre Qatar Airways e flydubai si fermano al 51%. Questi numeri raccontano una storia di recupero graduale ma non uniforme.
Per i viaggiatori in transito, il ritorno rappresenta una promessa di spostamenti più fluidi e prevedibili. I mesi precedenti avevano trasformato questi aeroporti in fortezze chiuse, con lo spazio aereo interdetto e centinaia di voli cancellati. Ora, quella paralisi sembra un ricordo lontano. Tuttavia, la fragile tregua è stata scossa lunedì scorso, quando attacchi con droni hanno costretto i voli diretti negli Emirati a dirottare verso Muscat o Riyadh. Un promemoria che la stabilità geopolitica rimane il vero ago della bilancia.
Durante questi mesi di vuoto nei corridoi del Golfo, le compagnie aeree europee—Lufthansa, Air France-KLM, British Airways—hanno colto l'occasione per espandere la loro presenza. Hanno intercettato la domanda di passeggeri diretti verso l'Asia offrendo rotte senza scalo che non transitano per i tradizionali hub mediorientali. Questa manovra strategica ha permesso loro di compensare i costi crescenti del carburante, trasformando una crisi in opportunità. Un volo Parigi-Mumbai o Francoforte-Nuova Delhi via Istanbul, Zurigo o Varsavia costa tra 665 e 956 euro secondo i dati rilevati tra marzo e aprile, superando sistematicamente le tariffe di Etihad e Qatar Airways sulle medesime tratte.
Ma non su tutti i corridoi il quadro è identico. Su rotte come Londra-Singapore e Londra-Bangkok, il routing attraverso il Golfo rimane sistematicamente il più economico, un vantaggio che i vettori regionali cercheranno di sfruttare quando la situazione si stabilizzerà completamente.
Il vero shock, tuttavia, è nei prezzi dei biglietti. A fine marzo, quando l'escalation del conflitto raggiunse il picco, le tariffe schizzarono in alto di media del 57% in una sola settimana. Oggi, acquistare un biglietto costa circa il 5% in più rispetto a marzo, quando le tariffe erano già elevate. Il Medio Oriente è l'area dove la geopolitica ha lasciato l'impronta più evidente sul mercato aereo.
Per i passeggeri, questo scenario complesso si traduce in incertezze concrete. Quando un vettore aggiunge supplementi dopo la prenotazione, il viaggiatore si trova in una posizione vulnerabile. In Europa, il dibattito sui diritti dei passeggeri si intensificherà quando a giugno termineranno i negoziati su questo tema. Nuove normative potrebbero offrire protezioni più solide, ma per ora i viaggiatori rimangono esposti alle volatilità di un mercato che oscilla tra speranza di stabilità e realtà di crisi ricorrenti.