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Hormuz in stallo, il petrolio vola: a Milano corrono Eni, Tenaris e Saipem
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Hormuz in stallo, il petrolio vola: a Milano corrono Eni, Tenaris e Saipem

La crisi nello Stretto di Hormuz spinge il greggio Brent oltre i 90 dollari. A Piazza Affari brillano i titoli energetici italiani.

La Redazione ·19 agosto 2026 7:06 ·3 min di lettura

Lo Stretto di Hormuz è diventato il barometro dell'energia globale. Con il traffico marittimo ridotto ai minimi degli ultimi due mesi e una nave colpita da un proiettile il 18 agosto causando un ferito e danni alla sala macchine, la crisi in quel corridoio d'acqua tra Iran e penisola arabica si riflette direttamente sui mercati europei: a Piazza Affari, nella seduta dell'11 agosto, Eni ha guadagnato il 2,2% e Tenaris l'1,5%, posizionandosi tra i migliori titoli del FTSE MIB. Il rally non è isolato: l'intera Europa ha visto correre i titoli legati al settore petrolifero, in una giornata in cui la geopolitica del Golfo ha dettato il ritmo alle Borse.

La scintilla è nota: un accordo di cessate il fuoco provvisorio tra Stati Uniti e Iran, firmato a giugno 2026, è scaduto questa settimana senza essere rinnovato. Tehran ha dichiarato che lo Stretto rimarrà chiuso fino al soddisfacimento delle proprie condizioni; Washington, per voce del presidente Donald Trump, sostiene di avere il «controllo totale» e che il passaggio è aperto. Le versioni sono radicalmente contrastanti, e il mercato, in assenza di certezze, scommette sul rischio. Attraverso Hormuz transita quasi un terzo del greggio mondiale trasportato via mare: basta che quel canale respiri a fatica perché i prezzi reagiscano con violenza.

I numeri raccontano una corsa che va avanti da mesi. Il greggio Brent si è stabilizzato intorno ai 90 dollari al barile, circa il 50% in più rispetto all'inizio dell'anno. Il 17 agosto il petrolio greggio ha toccato 84,99 dollari al barile con un rialzo del 3,14% in una sola seduta, mentre nell'ultimo mese la crescita complessiva si è attestata al 3%. Su base annua, il balzo supera il 35%. Alcuni analisti avvertono che, se il blocco del traffico si prolungasse, il Brent potrebbe puntare verso una forchetta tra i 120 e i 140 dollari. Un livello che avrebbe ricadute concrete sui consumatori europei e italiani, dalla benzina alle bollette del gas.

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In questo contesto, il titolo Saipem beneficia di un ulteriore catalizzatore: la società ha annunciato di essersi aggiudicata un contratto EPCI — ingegneria, approvvigionamento, costruzione e installazione di strutture offshore e sottomarine — in Medio Oriente, del valore di circa 1,8 miliardi di dollari. L'identità del cliente non è stata resa nota. L'operazione si aggiunge a un'estate già ricca di commesse per il gruppo: un contratto da 2 miliardi di dollari per un'unità FPSO in Indonesia e accordi per 400 milioni con Aramco in Arabia Saudita. Sul titolo circolano inoltre indiscrezioni relative a un progetto offshore in Kuwait, Paese che nel frattempo sta esplorando rotte alternative per gli oleodotti capaci di bypassare Hormuz.

Anche Eni arriva alla crisi geopolitica con i conti in ordine. Il 29 luglio la compagnia aveva comunicato risultati eccellenti per il secondo trimestre e il primo semestre 2026, con una crescita della produzione sottostante dell'11%. La guidance di produzione per l'intero anno è stata rivista al rialzo a circa il 5% di crescita, e la politica di riacquisto di azioni è stata portata a 3,4 miliardi di euro: segnali che, uniti al vento in poppa del greggio, spiegano la fiducia degli investitori.

Lo scenario rimane però fragile. La crisi di Hormuz non è uno shock improvviso e destinato a rientrare in pochi giorni: il mercato ha già cominciato a prezzarla come una disruption prolungata. Negli Stati Uniti i margini di raffinazione del diesel hanno superato per la prima volta i 100 dollari al barile — 102,20 dollari il 17 agosto — e la benzina ha raggiunto 4,06 dollari al gallone, con un aumento del 29% su base annua. Il collegamento tra le tensioni nel Golfo e il costo della vita quotidiano, per automobilisti e famiglie, è diretto e già visibile. Quanto a lungo le due sponde dello Stretto resteranno in questo braccio di ferro è la domanda a cui né i mercati né i governi sanno ancora rispondere.

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