Un cavo di 1.400 km sotto il Mediterraneo: l'Europa punta sull'energia solare egiziana
Il progetto GREGY ottiene il riconoscimento UE come opera di interesse comune: un'interconnessione elettrica sottomarina da 3.000 MW tra Egitto e Grecia.
Un cavo sottomarino lungo circa 1.400 chilometri, steso sul fondo del Mediterraneo per portare energia rinnovabile dall'Africa fino alle prese elettriche europee. È questo, in estrema sintesi, il progetto GREGY: un'interconnessione elettrica tra Egitto e Grecia che l'Unione Europea ha ufficialmente riconosciuto come progetto di interesse comune e reciproco, un'etichetta che apre concretamente la strada ai finanziamenti europei.
L'iniziativa è sviluppata da un consorzio privato che vede insieme il Copelouzos Group, gruppo greco attivo nel settore energetico, e la società egiziana Mohamed Naguib for Trade and Investment. La linea, con una capacità di trasmissione di 3.000 megawatt, è progettata per convogliare verso il continente europeo l'elettricità prodotta in Egitto da fonti rinnovabili — principalmente solare ed eolica — sfruttando le enormi potenzialità di irraggiamento del deserto nordafricano e i venti del Mediterraneo meridionale.
Il riconoscimento da parte di Bruxelles non è un dettaglio burocratico. Ottenere lo status di progetto di interesse comune significa poter accedere a procedure autorizzative accelerate nei Paesi membri e, soprattutto, candidarsi ai fondi del programma europeo per le infrastrutture energetiche. In un momento in cui l'Europa lavora ancora a ridurre la dipendenza strutturale dai combustibili fossili — dipendenza resa acuta dalla crisi energetica degli anni scorsi — un'arteria da tremila megawatt che porta energia pulita dall'esterno del continente assume un valore che va ben oltre il dato tecnico.
La logica strategica è chiara: diversificare i corridoi di approvvigionamento, aggiungere capacità rinnovabile senza occupare suolo europeo e consolidare legami con partner mediterranei stabili. L'Egitto, dal canto suo, ha investito negli ultimi anni in parchi solari ed eolici di grande scala, e cerca sbocchi per un surplus energetico che il mercato interno da solo non riesce ad assorbire. Il progetto GREGY, se realizzato, darebbe al paese nordafricano un accesso diretto al mercato elettrico europeo, con ricadute significative anche sul piano geopolitico.
Resta tuttavia aperta la questione dei tempi e dei costi. Al momento del comunicato ufficiale non sono stati resi noti né il budget complessivo dell'opera né un calendario certo per le fasi di costruzione. Un'infrastruttura di questa scala — 1.400 chilometri di cavo sottomarino ad alta tensione — richiede anni di progettazione esecutiva, negoziati con i Paesi attraversati dalle acque territoriali, e investimenti che nella storia dei grandi cavi energetici europei si sono sempre rivelati nell'ordine delle miliardi di euro. Il riconoscimento europeo è un punto di partenza, non un traguardo.
Il progetto si inserisce in un quadro più ampio di infrastrutture energetiche transmediterranee che l'UE sta cercando di accelerare. Cavi simili sono in discussione o in fase avanzata anche con altri paesi nordafricani e con il Medio Oriente: la competizione per diventare il principale fornitore di rinnovabili verso l'Europa è già in corso, e il Mediterraneo si conferma uno dei teatri principali della transizione energetica globale. Per i consumatori europei — italiani compresi — queste infrastrutture potrebbero nel lungo periodo contribuire a stabilizzare i prezzi dell'elettricità, aumentando la quota di energia prodotta a costo marginale quasi zero. Ma la distanza tra un riconoscimento europeo e un cavo effettivamente operativo, nella storia di questi progetti, è spesso più lunga dei chilometri di fondale marino da attraversare.