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Assalto all'hub del gas di Mellitah: l'Italia rischia il taglio delle forniture dalla Libia
Foto: Nur Andi Ravsanjani Gusma / Pexels
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Assalto all'hub del gas di Mellitah: l'Italia rischia il taglio delle forniture dalla Libia

Manifestanti entrano nel complesso di Mellitah il 28 luglio, interrompendo le esportazioni via gasdotto Greenstream. Circa il 10% del gas italiano è a rischio.

La Redazione ·30 luglio 2026 6:09 ·3 min di lettura

Nella mattinata di martedì 28 luglio 2026, un gruppo di manifestanti ha assaltato il complesso petrolifero e del gas di Mellitah, nell'area di Abu Kammash, a circa 170 chilometri a ovest di Tripoli. L'irruzione — preceduta dall'ingresso nella struttura già nella notte di lunedì — ha interrotto le operazioni dell'hub, bloccato le esportazioni di gas verso l'Italia e ridotto le forniture alle centrali elettriche locali libiche. Per alcune ore, il rischio di un collasso parziale della rete elettrica regionale è apparso concreto.

Le ragioni della protesta affondano in un malcontento diffuso e di lunga data. I manifestanti hanno denunciato prolungate interruzioni di corrente elettrica e il deterioramento dei servizi pubblici nella zona, chiedendo anche migliori opportunità di lavoro locale, una maggiore compensazione economica per le comunità vicine al sito e, sul piano politico, le dimissioni del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah. Una combinazione di rivendicazioni sociali e frustrazione istituzionale che in Libia, dal 2011 a oggi, si è più volte scaricata proprio sulle infrastrutture energetiche, le uniche strutture capaci di attirare attenzione internazionale con la sola minaccia di un fermo produttivo.

Cosa è Mellitah e perché riguarda l'Italia

Mellitah non è un impianto qualsiasi. Il complesso è una joint venture tra la National Oil Corporation (NOC) libica e l'italiana Eni, e rappresenta uno dei nodi più sensibili dell'intera filiera energetica europea. Da qui parte il gasdotto Greenstream, l'infrastruttura che collega direttamente la Libia all'Italia attraverso il Mediterraneo. A piena capacità, il sito produce 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno destinati all'esportazione italiana e altri 5 miliardi per le centrali locali libiche, con un flusso quotidiano che raggiunge circa 30 milioni di metri cubi standard verso la penisola. In termini pratici, le importazioni italiane di gas dalla Libia tramite Greenstream rappresentano circa il 10% del totale nazionale.

L'assalto ha provocato la completa interruzione della produzione nel giacimento petrolifero di El Feel e la sospensione parziale di quella nel giacimento di Wafa. Le linee di approvvigionamento verso l'Italia si sono fermate nel corso della mattinata, mentre le centrali elettriche libiche hanno visto ridursi le forniture, con avvertimenti immediati su possibili blackout regionali.

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Le forze di sicurezza libiche sono intervenute su disposizione del Governo di Unità Nazionale, che ha ordinato ai ministeri dell'Interno e della Difesa, e successivamente all'esercito, di mettere in sicurezza il perimetro. Nel corso della stessa giornata di martedì le forze dell'ordine hanno ripreso il controllo del complesso. La NOC ha quindi autorizzato la ripresa della produzione di gas e le forniture alle centrali elettriche sono state ripristinate. Un portavoce della National Oil Corporation ha dichiarato: «Stiamo facendo tutto il possibile per riprendere le operazioni il prima possibile», senza tuttavia fornire una tempistica precisa per il ritorno alla piena operatività.

Un equilibrio fragile

L'episodio si inserisce in un quadro strutturalmente instabile. Sin dalla rivolta del 2011 contro Muammar Gheddafi, la produzione energetica libica è stata soggetta a interruzioni ripetute, per ragioni tanto politiche quanto tecniche. La frammentazione del potere nel paese — con istituzioni contrapposte, milizie ancora attive e una pressione sociale crescente — rende i grandi impianti energetici bersagli ricorrenti di proteste che, proprio perché capaci di colpire interessi internazionali, esercitano una leva negoziale immediata.

Il rischio concreto che rimane sul tavolo è quello di una dichiarazione di forza maggiore: non ancora annunciata, secondo quanto riferito, ma possibile se le trattative con i manifestanti dovessero arenarsi. Le nazioni europee, e in particolare l'Italia, stanno seguendo l'evoluzione con attenzione, consapevoli che ogni interruzione prolungata a Mellitah si traduce in pressione sui mercati del gas e in potenziali tensioni sulle forniture invernali.

Per ora la situazione sembra rientrata, ma la rapidità con cui un gruppo di manifestanti ha potuto bloccare un asset strategico di questa portata ricorda quanto la dipendenza energetica europea dai corridoi nordafricani poggi, in ultima analisi, su equilibri politici interni ai paesi fornitori: equilibri che nessun gasdotto, per quanto solido, è in grado di garantire da solo.

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