La democrazia non è un traguardo: il saggio di Sgroi e Menotti sulla paura che paralizza l'Occidente
Pubblicato nel 2026 da Licosia, "La sfida della democrazia" di Sgroi e Menotti cerca un antidoto alla crisi delle liberaldemocrazie: non nelle tecnologie, ma nel ritorno alla scelta.
C'è un filo sottile che unisce la fisica quantistica alle neuroscienze, la biologia evolutiva alla filosofia politica, l'intelligenza artificiale all'economia. Maurizio Sgroi e Roberto Menotti lo seguono senza perderlo lungo tutto il loro nuovo saggio, La sfida della democrazia – Strategie per il migliore dei mondi possibile, pubblicato nel 2026 dall'editore Licosia. Il libro risponde a una domanda scomoda, quella che molti cittadini europei avvertono senza riuscire del tutto a formularla: le democrazie liberali stanno reggendo, o qualcosa si sta rompendo dall'interno?
La risposta degli autori non è consolatoria, ma nemmeno apocalittica. Il punto di partenza è che la minaccia non viene dalle tecnologie, dall'intelligenza artificiale, dai social network o da qualunque altro agente esterno che si preferisca additare. Il vero problema, sostengono Sgroi e Menotti, è un bug più profondo e più antico: l'aver smesso, collettivamente, di lottare per ciò che si vuole essere. Le società contemporanee cercano soluzioni che evitino lo sforzo di pensare, scegliere e decidere. Preferiscono delegare, aspettare, sperare che qualcosa — o qualcuno — risolva al posto loro. È questa abdicazione silenziosa, in un'epoca di declino cognitivo e aspettative deluse, a rendere la democrazia vulnerabile come non mai.
Il libro lavora su una tensione che definisce irrisolvibile: quella tra l'individuo e la collettività, tra la foresta — spazio dell'istinto e dell'isolamento — e la polis, luogo della convivenza e della norma condivisa. Non è una contrapposizione nuova; accompagna l'umanità da sempre. Ma in un momento in cui il discorso pubblico si frammenta, la fiducia nelle istituzioni si erode e la paura diventa strumento di consenso, quella tensione si fa più acuta e più pericolosa. Sgroi e Menotti non propongono di risolverla — sarebbe impossibile — ma di imparare a viverla con maggiore consapevolezza.
L'antidoto che il saggio propone non è ideologico: è fatto di responsabilità e impegno, parole che nel dibattito contemporaneo rischiano di suonare retoriche, ma che gli autori riempiono di contenuto disciplina per disciplina, capitolo per capitolo. Il viaggio intellettuale che il testo compie è ampio: dalle scoperte delle neuroscienze su come il cervello elabora il rischio, alla biologia evolutiva che spiega i meccanismi della cooperazione; dalle implicazioni politiche dell'intelligenza artificiale alla storia lunga della globalizzazione. Non è un libro per specialisti, ma per chi vuole capire, senza farsi scudo di semplificazioni.
I due autori non sono nuovi alla collaborazione. Nel 2024 avevano già firmato insieme Il ritmo della libertà. Il fattore tempo in politica ed economia per Rubbettino Editore, esplorando il rapporto tra le dinamiche temporali e le scelte collettive. Maurizio Sgroi, studioso della storia della globalizzazione e curatore del blog The Walking Debt, e Roberto Menotti, senior advisor presso l'Aspen Institute Italia e membro del Board scientifico della NATO Defense College Foundation, portano in questo nuovo lavoro bagagli complementari: uno sguardo storico-economico e uno geopolitico-strategico che si intrecciano senza sovrapporsi.
Il messaggio di fondo, quello che attraversa ogni capitolo, è che la democrazia non è un punto di arrivo. Non si conquista una volta e poi si conserva passivamente, come un oggetto in una teca. È un processo continuo, che chiede a ogni generazione — e a ogni individuo — di rimettere in gioco le proprie scelte in un momento che gli autori definiscono dirimente della storia. L'importante, scrivono in sostanza Sgroi e Menotti, è come ci si rialza. E tutto, ancora, può essere deciso.