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Addio a Carla Tatò, attrice e autrice romana che ha attraversato mezzo secolo di teatro
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Addio a Carla Tatò, attrice e autrice romana che ha attraversato mezzo secolo di teatro

È morta il 14 agosto a 79 anni. Debutto con Carmelo Bene, compagne di strada Dacia Maraini e Gian Maria Volonté, Premio Ubu alla carriera nel 2024.

La Redazione ·16 agosto 2026 6:08 ·3 min di lettura

Era nata in una famiglia fuori dall'ordinario — figlia di Antonio Tatò, dirigente del Partito Comunista Italiano, e di Erminia Romano, la prima donna direttore d'orchestra in Italia — e aveva vissuto un'esistenza all'altezza di quelle origini. Carla Tatò, attrice e autrice romana, è morta il 14 agosto 2026 all'età di 79 anni. La camera ardente si terrà lunedì 17 agosto al Policlinico Umberto I di Roma. Il teatro italiano perde una delle figure più originali e meno classificabili della sua scena contemporanea.

Nata a Roma il 3 gennaio 1947, Tatò si era formata all'Accademia di Belle Arti di Roma con una specializzazione in scenografia: un dettaglio non marginale, perché quella visione dello spazio avrebbe segnato tutta la sua ricerca successiva. Il debutto avviene nel 1967, sotto una stella difficilmente più luminosa: è Carmelo Bene a chiamarla, per Amleto o le conseguenze della pietà filiale e per Salvatore Giuliano, vita di una rosa rossa. Due titoli che già dicono tutto su un teatro che non ha paura di farsi carico del peso della storia e della forma.

Negli anni Settanta la sua traiettoria si intreccia con alcune delle energie più vive della cultura italiana. Collabora con Roberto Guicciardini, Franco Parenti e Gianfranco De Bosio. Alla fine del 1970 co-fonda con Dacia Maraini la Compagnia blu e, sempre con Maraini, il Teatro di Quartiere a Centocelle — un esperimento di teatro radicato nel territorio, in uno dei quartieri popolari della periferia est di Roma. L'anno successivo, nel 1971, fonda il Teatro di Strada insieme a Gian Maria Volonté, Flavio Bucci e Antonio Salines: il teatro che esce dalla sala e va incontro alla città.

Parallelo alla scena c'è il cinema. Nel 1972 è in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio; l'anno dopo in Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli; nel 1974 ne Le cinque giornate di Dario Argento e nell'Orlando Furioso televisivo diretto da Luca Ronconi. Nel 1979 recita in Amo non amo di Armenia Balducci. Una filmografia eterogenea, distribuita tra autori di generazioni e poetiche diversissime, che testimonia quanto Tatò fosse richiesta e quanto sapesse adattarsi senza perdere se stessa.

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Il 1973 segna però la svolta che definirà la seconda metà della sua vita artistica e personale: l'incontro con il regista Carlo Quartucci. Il primo lavoro comune è Histoire du Soldat di Igor Stravinsky, e da lì nasce un sodalizio che durerà decenni. Con Quartucci, Tatò dà vita alla compagnia itinerante Camion e al progetto Opera; tra il 1981 e il 1982 fondano, insieme ad artisti come Jannis Kounellis e Giulio Paolini, La Zattera di Babele, un collettivo interdisciplinare che unisce teatro, arti visive e ricerca sonora in un esperimento raro per l'Italia di quegli anni. Tra il 2006 e il 2012 il progetto-spazio Teatr'Arteria/L'Edificio Scenico, a Roma, è l'ultimo grande cantiere comune prima della morte di Quartucci nel 2019.

Ciò che distingue Tatò nel panorama del teatro italiano è la figura che ha elaborato nel tempo: quella dell'attrice-narratore, una presenza scenica che non si esaurisce nell'interpretazione del personaggio ma vi aggiunge una dimensione filosofica, politica e sonora, con il corpo e la lingua come strumenti di ricerca prima ancora che di rappresentazione. Non un metodo da scuola, ma una pratica continua, riconoscibile e inconfondibile.

Dopo la scomparsa di Quartucci, Carla Tatò si era dedicata alla conservazione e alla trasmissione di quella lunga esperienza artistica condivisa. Nel 2024 le era stato assegnato il Premio Ubu alla carriera, il riconoscimento più autorevole del teatro italiano: un atto di giustizia tardivo, come spesso accade per chi ha lavorato ai margini delle grandi istituzioni, ma non per questo meno meritato. Ora quel lavoro resta affidato a chi lo ha incrociato, sul palco o in platea.

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