Le zecche salgono in quota: il caldo le porta dove prima non arrivavano
Inverni più miti e stagioni più lunghe ampliano l'habitat delle zecche fino a 1.800 metri. Più zone a rischio, più malattie trasmesse.
Fino a qualche anno fa, chi partiva per un trekking sulle Alpi sopra i 1.500 metri poteva stare abbastanza tranquillo: le zecche, si pensava, non arrivavano fin lassù. Oggi non è più così. Il cambiamento climatico sta riscrivendo la geografia di questo parassita, allargandone l'habitat in quota, prolungandone la stagione attiva e, di conseguenza, aumentando i rischi per chiunque frequenti boschi, sentieri e persino parchi urbani.
La specie più diffusa in Italia ed Europa, Ixodes ricinus, è ormai documentata fino a oltre 1.500 metri nelle Alpi, aree in cui in passato era assente o rara. In Alto Adige sono state registrate segnalazioni fino a 1.799 metri, quasi il doppio della soglia di 1.100 metri che fino a pochi anni fa si considerava il limite del suo habitat. In Svizzera le zecche sono già presenti a 2.000 metri, con un incremento marcato nelle fasce tra i 500 e i 1.000 metri. E alcune popolazioni stabili documentate dalla ricerca si avvicinano ai 1.900 metri, con esemplari già portatori di patogeni.
Il meccanismo alla base è relativamente semplice: le zecche sono sensibilissime alle condizioni ambientali. Gli inverni freddi ne limitavano tradizionalmente la sopravvivenza; man mano che le temperature medie salgono, il loro ciclo biologico accelera, aumenta il numero di generazioni per stagione e si amplia la densità di popolazione. La stagione di attività inizia prima — già a marzo e aprile se le temperature sono sopra la media — e si prolunga in autunno. In alcune zone di pianura le zecche sono ormai presenti tutto l'anno.
Non è solo una questione di quota. In tutta Europa le aree con almeno un mese di attività delle zecche sono cresciute del 4% negli ultimi decenni, e la densità delle ninfe in cerca di un ospite è salita del 10% tra il 1980 e il 2024. Le condizioni nel Nord Europa sono diventate favorevoli fino al 66° parallelo, in piena Scandinavia. In Italia, il Triveneto è tra le zone più interessate dal fenomeno: nelle province di Belluno, Gorizia, Trento e Udine si registra un aumento significativo dei test positivi per borreliosi di Lyme e encefalite da zecche tra il 2015 e il 2022. Un'analisi su oltre 49.000 campioni umani nel Nord-Est ha confermato un trend in salita del 14,8% per la borreliosi di Lyme e del 21% per la TBE.
Malattie in aumento, un vaccino che esiste
I numeri sui casi di malattia sono quelli che preoccupano di più. I casi italiani di encefalite da zecche (TBE) sono passati da 21 nel 2020 a 67 nel 2025, un aumento del 219% in cinque anni. La TBE può causare infiammazione delle meningi e del cervello, con possibili danni permanenti o, nei casi più gravi, il decesso. Non esiste un trattamento farmacologico specifico, ma c'è un vaccino efficace. L'assessora altoatesina Magdalena Amhof si è sottoposta pubblicamente alla vaccinazione proprio per sottolineare l'importanza della prevenzione.
Oltre alla TBE e alla borreliosi di Lyme — la malattia di Lyme è quella più nota al grande pubblico — le zecche possono trasmettere anaplasmosi, babesiosi, tularemia, febbre Q, febbri bottonose da rickettsiae e, in alcune aree, la febbre emorragica di Crimea-Congo. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha inserito le malattie trasmesse da zecche tra i quattro rischi sanitari estivi aggravati dalla crisi climatica, in un rapporto pubblicato a luglio 2026.
A rendere più complicato il quadro concorrono anche fattori non strettamente climatici: l'aumento delle popolazioni di cinghiali, caprioli, cervi e roditori selvatici — tutti ospiti privilegiati delle zecche — favorisce la loro diffusione. Così come la crescita della copertura vegetale in alcune regioni, che moltiplica gli habitat idonei. E, ovviamente, il boom del turismo naturalistico e del trekking porta più persone in luoghi e stagioni in cui il rischio è cresciuto.
Sul fronte del monitoraggio, in Alto Adige il progetto Monzec sta raccogliendo dati sull'attività delle zecche a tutte le quote, con i primi risultati attesi entro fine 2026. In Trentino la Fondazione Edmund Mach segue il fenomeno da oltre vent'anni, producendo mappe di rischio e modelli predittivi. L'Istituto Superiore di Sanità segnala che i cambiamenti climatici possono modificare significativamente il periodo di attività degli artropodi vettori.
Per chi frequenta la montagna o la campagna, la prevenzione resta la risposta più efficace: indossare indumenti coprenti, usare repellenti adatti, controllare il corpo dopo ogni escursione e rivolgersi a un medico in caso di morso o comparsa di sintomi nelle settimane successive. Per chi vive o viaggia nelle zone a maggiore endemia, la vaccinazione contro la TBE è un'opzione concreta da valutare con il proprio medico.