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L'ONU ammette: superare gli 1,5 gradi è ormai inevitabile. Ecco cosa cambia
Foto: European Commission (Christophe Licoppe) / Wikimedia Commons, CC BY 4.0
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L'ONU ammette: superare gli 1,5 gradi è ormai inevitabile. Ecco cosa cambia

Il rapporto UNEP del 2 settembre 2026 certifica che il mondo andrà oltre la soglia di Parigi. La nuova strategia: limitare il superamento, poi invertire la rotta.

La Redazione ·4 settembre 2026 8:06 ·3 min di lettura

Per undici anni la soglia di 1,5 gradi centigradi è stata il faro della politica climatica internazionale, il limite entro cui tenere il riscaldamento globale per evitare i danni più gravi al pianeta. Il 2 settembre 2026 quell'orizzonte si è spostato: il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) ha pubblicato un rapporto intitolato Limiting Overshoot — «limitare il superamento» — in cui riconosce apertamente che il mondo andrà oltre quella soglia, molto probabilmente nei prossimi anni. Non è un abbandono dell'obiettivo, chiariscono dall'ONU. Ma è, nei fatti, una resa all'aritmetica delle emissioni.

La soglia di 1,5°C sopra i livelli preindustriali (calcolati sul periodo 1850-1900) era stata fissata negli Accordi di Parigi del 2015 come punto di riferimento massimamente ambizioso, affiancato all'obiettivo «ben al di sotto dei 2°C». Per capire la portata di quello che oggi viene certificato, basta guardare ai numeri recenti: il 2024 ha toccato circa 1,55°C di anomalia termica, risultando l'anno più caldo mai registrato; il periodo 2015-2025 è stato il decennio più caldo della storia. Il riscaldamento a lungo termine — quello che conta davvero, misurato su medie di vent'anni o più — si attesta già a circa 1,4°C.

Il Segretario Generale António Guterres ha dichiarato che «l'umanità sta superando il limite per evitare la catastrofe climatica» e ha chiamato i governi a un «livello di ambizione senza precedenti». Il messaggio non è di resa totale, ma di cambio di strategia: la nuova rotta prevede di contenere il superamento al minimo possibile, raggiungere un picco e poi invertire la tendenza, riportando le temperature sotto 1,5°C entro la fine del secolo. Gli esperti chiamano questo percorso overshoot, peak and decline. Inger Andersen, Direttrice esecutiva dell'UNEP, ha scelto parole ancora più nette: «Questa è una questione di sopravvivenza, non di negoziazione».

Il problema concreto è che gli scenari disponibili lasciano poco spazio all'ottimismo facile. Lo scenario più favorevole del rapporto UNEP — quello che presuppone obiettivi climatici nazionali molto ambiziosi e rispettati — prevede un picco di riscaldamento attorno a 1,8°C intorno alla metà del secolo. Le politiche attuali dei governi, invece, potrebbero portare a un aumento di 2,6°C o anche 2,8°C entro il 2100. Per riportare davvero la temperatura sotto 1,5°C, non basterà azzerare le emissioni nette: occorrerà raggiungere emissioni nette negative, cioè rimuovere più CO₂ dall'atmosfera di quanta ne venga immessa. Una sfida tecnica ed economica di proporzioni storiche.

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Ogni frazione di grado in più non è una statistica astratta. I ricercatori dell'IPCC hanno documentato come il divario tra 1,5°C e 2°C significhi ondate di calore più frequenti e intense, siccità più prolungate, precipitazioni estreme, danni crescenti all'agricoltura e alle riserve idriche, accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai e dell'innalzamento del livello del mare. Più si va avanti, maggiore è il rischio di superare punti di non ritorno — soglie oltre le quali alcuni sistemi naturali potrebbero cambiare in modo irreversibile.

La strada indicata dall'ONU richiede una transizione energetica accelerata: eliminazione graduale dei combustibili fossili, espansione massiccia delle rinnovabili, riduzione delle emissioni di metano, insieme a un adattamento strutturale nei paesi più esposti. Preparare le comunità agli impatti che, in parte, sono già inevitabili diventa parte integrante della risposta, non più un piano B da tenere nel cassetto.

Il rapporto arriva a meno di tre mesi dalla prossima conferenza climatica ONU. Il suo messaggio implicito ai negoziatori è chiaro: il margine di errore si è esaurito, e la distanza tra ciò che la scienza richiede e ciò che i governi hanno finora messo sul tavolo non è mai stata così visibile.

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