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Tonno in scatola, come scegliere quello che non danneggia il mare
Illustrazione generata con AI

Tonno in scatola, come scegliere quello che non danneggia il mare

La Redazione ·25 luglio 2026 14:16

Aprire una lattina di tonno sembra un gesto banale. Eppure dietro quella scelta si nasconde una filiera lunga migliaia di chilometri, con ricadute concrete sullo stato di salute degli oceani. Nel 2024 la produzione globale di tonno ha raggiunto circa 5,8 milioni di tonnellate: numeri che rendono il tonno uno dei pesci più consumati al mondo, e che impongono di ragionare su come viene catturato.

Il termine "tonno" non indica una sola specie, ma un gruppo di pesci con caratteristiche biologiche e livelli di sfruttamento molto diversi tra loro. Secondo il report dell'International Seafood Sustainability Foundation (ISSF) pubblicato a gennaio 2026, il 78% degli stock mondiali si trova oggi a livelli sani, il 13% è sovrasfruttato e il 9% si colloca in una posizione intermedia. Una fotografia in chiaroscuro, che cambia molto a seconda di quale tonno finisce nel piatto.

La specie più abbondante e meno a rischio è il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis), che da solo rappresenta il 57-60% delle catture globali e gode generalmente di buona salute. È la specie più comune nell'industria italiana del tonno in scatola, insieme al tonno pinna gialla (Thunnus albacares), che costituisce circa il 28-30% delle catture mondiali. Quest'ultimo ha attraversato un periodo di declino nell'Oceano Indiano a partire dal 2016, ma è oggetto di specifici programmi di recupero. Più preoccupante la situazione del tonno obeso (Thunnus obesus), considerato vulnerabile e ancora soggetto a sovrapesca in alcune aree tropicali.

Il tonno rosso (Thunnus thynnus), che nell'immaginario collettivo è spesso il simbolo dello sfruttamento ittico, ha invece vissuto una parziale inversione di rotta. Dal 2014 l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) lo classifica come "Low Concern", grazie a un rigido sistema di quote gestito dall'ICCAT, la Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi dell'Atlantico. Ha contribuito anche il cambiamento climatico, che ha allungato le stagioni riproduttive e ampliato le aree disponibili. Il tonno rosso rappresenta però solo l'1% delle catture globali ed è destinato quasi esclusivamente alla vendita diretta o alla ristorazione: raramente finisce in una lattina.

Cosa c'è nel retro dell'etichetta

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Oltre alla specie, conta molto il metodo di cattura. Le reti a circuizione dominano il settore, coprendo circa il 66% delle catture globali. Quando vengono usate insieme ai Dispositivi di Aggregazione del Pesce (FAD) — oggetti galleggianti artificiali che attraggono banchi di pesci — il rischio di catture accidentali (bycatch) sale: squali, tartarughe e esemplari giovani finiscono nelle reti insieme al tonno. La pesca a circuizione senza FAD riduce drasticamente questo impatto, con percentuali di catture accidentali comprese tra lo 0,25% e l'1,97%.

I palangari, o longline, coprono circa il 9% delle catture e possono avere effetti significativi su uccelli marini, squali e mammiferi. All'estremo opposto si collocano la pesca a canna (pole and line) e la traina (trolling): metodi altamente selettivi, che catturano i tonni uno alla volta, con un impatto minimo sull'ecosistema. Rappresentano però solo il 7% del totale. Tra i metodi tradizionali, le trappole come l'almadraba spagnola o la tonnara italiana sono considerate tra le più sostenibili per il tonno rosso.

Sulle etichette si possono trovare alcune certificazioni utili a orientarsi. Il marchio MSC (Marine Stewardship Council) è tra i più riconosciuti: attesta pratiche di pesca compatibili con la salute degli ecosistemi. Tra aprile 2025 e marzo 2026, le vendite globali di tonno certificato MSC sono aumentate di 100.000 tonnellate, con una crescita del 39% rispetto all'anno precedente; l'Italia ha raddoppiato i propri volumi. Il 53% di tutto il tonno pescato nel mondo proviene oggi da attività certificate o coinvolte nel programma MSC. Esiste poi la certificazione Dolphin-Safe, avviata nel 1990 dall'Earth Island Institute, che attesta pratiche di riduzione delle catture accidentali di mammiferi marini: dal 1990 a oggi, i decessi di delfini intrappolati nelle reti sono diminuiti del 99%.

Anche l'area di pesca fa la differenza. Per il tonno pinna gialla, le zone più virtuose secondo il report ISSF 2025 includono l'Oceano Pacifico Orientale, il Pacifico Centro-Occidentale e l'Atlantico. Le zone dell'Oceano Pacifico Settentrionale e dell'Oceano Indiano sono invece tra quelle più critiche per sovrasfruttamento o problemi di gestione.

In sintesi, al momento dell'acquisto vale la pena verificare tre cose: la specie indicata in etichetta, il metodo di cattura se disponibile, e la presenza di una certificazione riconosciuta. Non risolve tutto — la gestione internazionale della pesca resta complicata e il cambiamento climatico continua ad alterare le rotte migratorie — ma è un punto di partenza concreto.

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