La salicornia come "spazzino" delle spiagge: al CNR di Pisa la pianta che mangia il petrolio
Cresce dove quasi nessun'altra pianta reggerebbe: nei suoli saturi di sale, lungo le coste, nelle saline. Si chiama Salicornia — conosciuta anche come asparago di mare o finocchio marino — ed è una piccola succulenta alofita che da secoli colonizza in silenzio gli ambienti più ostili del litorale. Oggi, però, i ricercatori le chiedono qualcosa di più: depurare le spiagge contaminate dal petrolio. Al CNR di Pisa, nell'ambito dell'Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria, la pianta viene coltivata in una serra idroponica e studiata nelle sue straordinarie capacità di fitodepurazione.
L'idea di usare le piante per bonificare i terreni inquinati non è nuova: si chiama bioremediation fitodepurativa, e negli ultimi vent'anni ha guadagnato terreno come alternativa meno invasiva e costosa rispetto agli interventi meccanici o chimici. Ciò che rende la salicornia particolarmente interessante in questo campo è la sua doppia resistenza: alle alte concentrazioni di sale e, come hanno dimostrato alcune ricerche, agli idrocarburi di petrolio. Le due cose, del resto, non sono slegate. Le condizioni saline sembrano essere proprio la chiave che consente alla pianta di sopportare lo stress chimico degli idrocarburi, invece di soccombere come farebbero le specie convenzionali.
I dati più precisi vengono da studi condotti su due specie iraniane del genere, Salicornia persica e Salicornia iranica, coltivate in suoli contaminati da petrolio. In un arco di cento giorni, la prima ha ridotto la concentrazione di idrocarburi del 40%, la seconda del 60% rispetto alla quantità iniziale. Risultati che diventano ancora più significativi quando la pianta viene abbinata a batteri degradanti gli idrocarburi: in combinazione con Pseudomonas aeruginosa, la S. persica ha abbattuto la fitotossicità del suolo tra il 46 e il 76% in terreni salini contaminati da petrolio greggio. Non si tratta di magia verde, ma di biochimica: la pianta assorbe e immagazzina nella sua biomassa i composti inquinanti, mentre i microrganismi nel suolo accelerano la degradazione di quelli più complessi.
La coltivazione idroponica su cui lavora il CNR di Pisa si inserisce in questo quadro con un vantaggio pratico non trascurabile: permette di controllare le condizioni di crescita, studiare le soglie di tolleranza della pianta e replicare in laboratorio scenari di contaminazione difficili da simulare altrimenti. I sistemi idroponici con salicornia, peraltro, hanno già mostrato risultati promettenti anche su un fronte diverso: la rimozione di azoto e fosforo da acque reflue saline, con efficienze superiori al 70%. Un dato che apre prospettive interessanti anche per l'acquacoltura e la gestione degli scarichi industriali costieri.
Al di là della bonifica, la salicornia contribuisce anche alla cattura di anidride carbonica, immagazzinandola nella sua biomassa e nel suolo circostante. Il che la rende, almeno sulla carta, uno strumento polivalente per la gestione ambientale delle coste: utile per la prevenzione dell'erosione, per la fitodepurazione e per il sequestro del carbonio. Progetti italiani hanno già mappato aree di coltivazione potenziale lungo il litorale nazionale, proprio in funzione di questi obiettivi.
Resta, naturalmente, la distanza tra i risultati di laboratorio e un'applicazione su larga scala. I numeri degli studi citati riguardano condizioni controllate e specie specifiche; l'efficacia su arenili diversi, con tipi di petrolio differenti e in presenza di ecosistemi già fragili, è un capitolo ancora aperto. La comunità scientifica è cauta, come è giusto che sia. Ma l'intuizione di fondo — usare una pianta che già vive sulle coste per ripulire le coste stesse — ha una coerenza ecologica difficile da ignorare. La salicornia, in fondo, non ha bisogno di adattarsi: è già a casa sua.