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L'ozono che respiriamo d'estate: perché le ondate di calore peggiorano l'aria
Foto: Batuhan Kocabaş / Pexels

L'ozono che respiriamo d'estate: perché le ondate di calore peggiorano l'aria

La Redazione ·28 luglio 2026 7:05

È una delle più curiose contraddizioni della chimica atmosferica: la stessa molecola che a decine di chilometri di altitudine forma lo scudo della Terra contro i raggi ultravioletti, vicino al suolo si trasforma in un inquinante capace di danneggiare i polmoni, bruciare i raccolti e indebolire le foreste. L'ozono troposferico — quello che respiriamo, per intenderci — è il compagno silenzioso delle ondate di calore, e l'estate italiana del 2025 ne ha offerto una dimostrazione particolarmente evidente.

L'ozono (O₃) è formato da tre atomi di ossigeno. Nella stratosfera, tra i 10 e i 40 chilometri di quota, assorbe le radiazioni ultraviolette più pericolose. A livello del suolo, invece, è classificato come inquinante secondario: non viene emesso direttamente da nessuna fonte, ma si genera attraverso reazioni fotochimiche innescate dal sole. I ingredienti necessari sono gli ossidi di azoto (NOx) e i composti organici volatili (COV), prodotti principalmente dal traffico veicolare e navale, dai processi industriali, dalla combustione per il riscaldamento e dall'evaporazione di carburanti e solventi. Quando a tutto ciò si aggiungono forte irraggiamento solare, temperature elevate e aria stagnante, le condizioni sono ideali per la formazione dell'ozono. Il risultato è un gas tossico di colore bluastro, un energico ossidante, particolarmente abbondante nelle ore pomeridiane dei mesi estivi.

Un dettaglio controintuitivo riguarda la distribuzione geografica: le concentrazioni più elevate non si trovano necessariamente nel centro delle grandi città, ma nelle aree suburbane e rurali sottovento. Le reazioni fotochimiche richiedono diverse ore, durante le quali i venti trasportano il pennacchio di precursori lontano dalle fonti di emissione. Chi vive in campagna o in periferia, dunque, non è affatto al riparo.

I numeri che fanno riflettere

I dati disponibili restituiscono un quadro preoccupante. Nel 2023, secondo le stime disponibili, l'ozono troposferico ha causato 63.000 decessi prematuri nell'Unione Europea. Nel 2019, oltre 12.000 persone in 23 paesi europei erano state ricoverate per malattie respiratorie causate o aggravate dall'esposizione acuta all'inquinante. Gli effetti sulla salute vanno dall'irritazione delle vie aeree alla riduzione della funzionalità polmonare, dall'aggravamento dell'asma a una maggiore incidenza di ictus in caso di esposizione prolungata. Sono particolarmente vulnerabili i bambini, gli anziani e chi soffre già di patologie respiratorie o cardiovascolari.

In Italia la situazione non è migliore della media europea. Secondo il rapporto ISPRA basato sui dati del 2024, l'obiettivo a lungo termine per la protezione della salute umana è stato superato nell'83,4% delle stazioni di monitoraggio nazionali. Il valore di riferimento più stringente raccomandato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità — 100 microgrammi per metro cubo in media su otto ore, un limite che non dovrebbe mai essere superato — è stato violato nel 94% delle stazioni. Sul fronte della vegetazione, il superamento ha riguardato il 92,4% delle stazioni.

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L'estate 2025 è stata segnata da episodi acuti in coincidenza con le principali ondate di calore: a partire dal 10 giugno sono stati misurati valori molto elevati in diverse regioni, con picchi che hanno raggiunto i 211 µg/m³ a Castellarano, in provincia di Reggio Emilia. Un rapporto di ISDE Italia del luglio 2026 ha rilevato che molte città italiane avevano già esaurito il numero massimo di giornate consentite dalla futura normativa europea — quella che entrerà in vigore dal 2030 — entro la fine di giugno 2026.

La normativa attuale, fissata dalla Direttiva Europea 2008/50/CE, stabilisce un valore obiettivo di 120 µg/m³ (media massima giornaliera su otto ore), da non superare più di 25 giorni l'anno come media triennale. Le soglie di informazione e di allarme sono rispettivamente a 180 e 240 µg/m³. Nonostante queste regole siano in vigore da anni, tra il 2013 e il 2020 la percentuale di popolazione europea esposta a concentrazioni superiori al valore guida OMS ha oscillato tra il 93% e il 98%, senza mostrare una tendenza al calo.

Agricoltura e foreste sotto pressione

L'ozono troposferico non colpisce solo chi lo respira. I suoi effetti fitotossici si traducono in danni ai tessuti vegetali, riduzione della fotosintesi e perdite agricole che, a seconda delle colture e delle condizioni meteorologiche, possono arrivare fino al 15% del raccolto. Per la soia, gli studi stimano una riduzione media della produttività del 10% a normali concentrazioni, che può raggiungere il 50% nelle zone più inquinate. Anche le foreste ne risentono: l'inquinante indebolisce gli alberi, rallenta la crescita del legno e compromette la stabilità dei boschi di protezione. In più, agendo come gas serra negli strati bassi dell'atmosfera, l'ozono contribuisce al riscaldamento climatico, aggravando ulteriormente le condizioni che ne favoriscono la formazione.

Ridurre l'ozono troposferico è tecnicamente complesso: la sua chimica è non lineare, e l'inquinante può viaggiare su lunghe distanze attraverso i confini nazionali. Il Gothenburg Protocol indica la necessità di strategie integrate che agiscano simultaneamente su NOx e COV. Sul piano pratico, questo significa ridurre l'uso di combustibili fossili, incentivare la mobilità sostenibile — bicicletta, trasporto pubblico, veicoli elettrici — ed evitare il minimo del motore a veicolo fermo. Un segnale indiretto di quanto le emissioni umane contino è arrivato dal 2020: durante i lockdown per la pandemia da Covid-19, l'osservatorio del Monte Cimone (Cnr-Isac) ha registrato i valori minimi di ozono troposferico dal 1996. Il nesso con la riduzione del traffico e delle attività industriali ha offerto una conferma involontaria, ma difficilmente replicabile.

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