Il riso è più vulnerabile al caldo di quanto credessimo: le nuove stime riscrivono i modelli
Uno studio su Science Advances rivede al rialzo i danni del riscaldamento globale sul riso: -8,1% di resa per ogni grado in più, il doppio delle previsioni precedenti.
Mezzo mondo si nutre di riso. Ed è proprio il riso, secondo uno studio pubblicato il 29 luglio 2026 sulla rivista Science Advances, a essere molto più vulnerabile al riscaldamento globale di quanto la scienza agricola avesse fino ad oggi calcolato. Il risultato principale della ricerca è sintetico e significativo: ogni grado Celsius di aumento della temperatura media globale ridurrebbe le rese di questa coltura dell'8,1% a livello mondiale. Circa il doppio rispetto alle stime precedenti, che si fermavano al 3,8%.
Lo studio è stato coordinato da Yiwei Jian della Peking University di Pechino e dell'Helmholtz Centre for Environmental Research (UFZ) di Lipsia, con contributi dal Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK). Il lavoro ha incrociato 214 osservazioni provenienti da esperimenti di riscaldamento condotti direttamente sul campo — il più ampio database del genere mai compilato, con prove sperimentali raccolte anche in 12 siti di coltivazione in Cina — con sette modelli globali di resa delle colture già in uso. Il confronto ha mostrato che i modelli esistenti sottostimavano sistematicamente la sensibilità della pianta alle alte temperature, e i ricercatori hanno provveduto a correggerli.
Il problema non sta tanto nell'aumento delle temperature medie, quanto nei picchi di calore intenso: è questa la distinzione che le stime precedenti non riuscivano a cogliere adeguatamente. In particolare, l'esposizione a temperature tra i 30°C e i 35°C, e soprattutto ai picchi sopra i 35°C, è il principale fattore di perdita. Un singolo giorno aggiuntivo di esposizione oltre i 30°C durante la fase riproduttiva della pianta — il momento in cui si formano pannocchie e chicchi — riduce le rese dall'1,1% all'1,8%. In oltre il 70% dei siti osservati, l'esposizione al caldo ha spiegato da sola più della metà della variazione di resa registrata.
Il meccanismo è preciso: le alte temperature non compromettono la crescita generale della pianta, ma interferiscono con la formazione della granella e con la distribuzione della biomassa verso i chicchi. È un danno silenzioso, che avviene nel momento più delicato del ciclo vegetativo e che si traduce in raccolti più magri anche quando la pianta, in apparenza, sembra sana.
Le ricadute geografiche non sono uniformi. Le regioni più esposte sono l'Asia meridionale e il Sud-Est asiatico: Pakistan, India, Bangladesh, Thailandia, Filippine e Myanmar sono tra i paesi in cui le perdite previste sono aumentate in modo sostanziale dopo la correzione dei modelli. Si tratta di paesi dove il riso non è solo un alimento, ma la base dell'intera dieta popolare e un pilastro delle economie rurali. Il riso è, del resto, l'alimento principale per oltre la metà della popolazione mondiale: una contrazione delle rese in queste aree avrebbe effetti a cascata che vanno ben oltre i confini regionali.
C'è anche una dimensione logistica che lo studio tocca: il caldo estremo accelera il deterioramento del riso durante lo stoccaggio, il trasporto e la distribuzione, favorendo la crescita batterica. Se le catene di approvvigionamento subiscono interruzioni — come accade con crescente frequenza in presenza di eventi climatici estremi — il problema si aggrava ulteriormente.
Sullo sfondo resta una tensione irrisolta, che la ricerca non risolve ma contribuisce a rendere più visibile. La risicoltura tradizionale, con le risaie permanentemente allagate, è associata dalla letteratura scientifica a quote rilevanti di emissioni globali di metano, un gas serra potente. Esiste un metodo alternativo — il sistema per l'intensificazione del riso (SRI), che alterna irrigazione ed essiccazione del suolo — indicato da diversi studi come capace di ridurre significativamente sia le emissioni di metano sia il consumo d'acqua. La transizione su scala, però, è lenta, e i paesi più vulnerabili sono spesso anche quelli con meno risorse per adattarsi.
Lo studio, in definitiva, non dice solo che il problema è più grave del previsto: dice che gli strumenti con cui lo misuravamo erano inadeguati. Correggere i modelli è il primo passo; capire come proteggere le produzioni in un clima che continua a scaldarsi è la sfida che resta aperta.