Il mare non si raffredda: il 22 agosto temperatura record degli oceani, superato il 2024
Il 22 agosto la superficie degli oceani ha toccato 21,1°C, nuovo massimo storico. Il dato è del servizio europeo Copernicus.
Quasi un grado in più rispetto allo stesso giorno di quarantasette anni fa. È questa la misura più immediata — e forse più eloquente — di quanto stiano cambiando gli oceani del pianeta. Il 22 agosto 2026 la temperatura media giornaliera della superficie del mare ha raggiunto 21,1°C, stabilendo un nuovo record assoluto e superando il precedente massimo di 21,09°C, che era stato fissato il 1° marzo 2024. A certificarlo è il Copernicus Climate Change Service (C3S), il servizio dell'Unione Europea che monitora le temperature oceaniche dal 1979 attraverso il dataset ERA5.
Non si tratta di un picco isolato. La stessa soglia era già stata raggiunta il giorno precedente, il 21 agosto, e in entrambi i casi la lettura risultava circa 0,67°C superiore alla media giornaliera del periodo 1991-2020, il divario più ampio registrato nel 2026 fino a questo momento. A titolo di confronto, il 22 agosto 1979 la medesima area oceanica segnava 20,15°C: quasi un grado intero in meno. Il dato di agosto ha inoltre polverizzato il record mensile precedente per questo mese, che era di 20,98°C e risaliva al 2023.
C'è qualcosa di anomalo anche nel quando. Di norma le temperature oceaniche globali toccano il picco tra marzo e aprile, al termine dell'estate australe. Che un record simile emerga ad agosto rappresenta un'inversione del tutto insolita, che si inserisce in una sequenza di massimi mensili ormai sistematica: luglio 2026 ha fatto registrare la temperatura media più alta mai misurata per quel mese nell'oceano extra-polare (20,96°C), giugno ha toccato i 21,0°C il 21 del mese, e anche maggio ha piazzato i secondi valori più alti della storia per la relativa finestra stagionale.
Dietro questa escalation ci sono due forze che si sommano. Da un lato, decenni di emissioni di gas serra hanno trasferito enormi quantità di calore al sistema terrestre: si stima che gli oceani abbiano assorbito circa il 90% del calore in eccesso accumulato dagli anni Settanta. Dall'altro, un El Niño in via di sviluppo nel Pacifico tropicale sta aggiungendo ulteriore energia a mari già surriscaldati. Secondo l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, il fenomeno si rafforzerà nei prossimi mesi; il sistema di previsione stagionale di Copernicus suggerisce che potrebbe raggiungere livelli non visti da diversi decenni.
«Questo record è un altro chiaro segnale di un oceano sotto crescente stress», ha dichiarato Samantha Burgess, responsabile strategico per il clima presso il Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine (ECMWF), che gestisce il C3S per conto della Commissione Europea. Le sue parole rimandano a una catena di conseguenze già in atto e destinata ad ampliarsi.
Cosa cambia, in concreto
Le ricadute di oceani più caldi non riguardano solo la fauna marina. Il numero di giorni di ondate di calore marine a livello globale è più che triplicato dall'inizio degli anni Novanta. Temperature più alte accelerano l'espansione termica dell'acqua, contribuendo all'innalzamento del livello del mare e mettendo a rischio la protezione costiera offerta da barriere coralline e mangrovie, già compromesse dagli eventi di sbiancamento sempre più frequenti. Oceani surriscaldati trasferiscono più calore e umidità all'atmosfera, potenzialmente intensificando precipitazioni e alcune categorie di tempeste.
Le conseguenze investono anche la sicurezza alimentare: quasi la metà della popolazione mondiale dipende dal pesce come fonte principale di proteine, e l'aumento delle temperature altera le rotte migratorie delle specie ittiche, moltiplica le fioriture algali tossiche e favorisce la proliferazione delle meduse, con implicazioni che si estendono dalla pesca al turismo costiero. Circa 680 milioni di persone vivono in aree costiere basse; quasi 2 miliardi risiedono in grandi città affacciate sul mare.
A preoccupare gli scienziati è anche un possibile effetto retroazione: man mano che gli oceani si riscaldano, la loro capacità di assorbire anidride carbonica tende a ridursi, indebolendo uno dei principali ammortizzatori naturali contro il cambiamento climatico. Un processo che, se confermato su scala globale, renderebbe ancora più arduo contenere il riscaldamento entro i limiti fissati dagli accordi internazionali.