Quattordici miliardi per la transizione energetica: perché il governo ha scelto il debito
Giorgetti annuncia 13,5-14,4 miliardi in tre anni per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, grazie a una deroga europea al Patto di Stabilità.
Quattordici miliardi di euro in tre anni per svincolare l'Italia dai combustibili fossili. L'annuncio del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, fatto alla Camera dei Deputati il 5 agosto scorso, ha colpito per la sua portata: si parla di una cifra compresa tra 13,5 e 14,4 miliardi, pari allo 0,6% del PIL, da spendere nel triennio 2026-2028 con un tetto dello 0,3% per anno. Un impegno insolito per un governo che ha fatto dell'austerità fiscale uno dei propri argomenti di bandiera.
La chiave per capire l'operazione sta nella sua cornice europea. La Commissione Europea ha approvato il 3 giugno 2026 un'estensione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, uno strumento di flessibilità fiscale già previsto per le spese in difesa e ora allargato anche agli investimenti che accelerano la transizione energetica e riducono la dipendenza dalle forniture esterne. La strada era stata aperta a metà maggio dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che con una lettera alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva chiesto formalmente di includere l'energia verde tra i capitoli coperti dalla deroga. Giorgetti ha definito il risultato frutto di un «lavoro lungo, serio e riservato».
Un punto va chiarito subito, perché rischia di generare confusione: questi fondi non sono un contributo europeo a fondo perduto. La flessibilità concessa da Bruxelles consente all'Italia di aumentare la spesa pubblica oltre i normali limiti del Patto di Stabilità, ma il conto resta interamente a carico dello Stato italiano, sotto forma di nuovo debito. In cambio, le misure finanziate devono rispettare criteri precisi: devono essere addizionali rispetto a quanto già programmato, devono essere state decise dopo il 28 febbraio 2026 e devono puntare a un miglioramento strutturale del sistema energetico. Sono esplicitamente esclusi interventi tampone come la riduzione delle accise o i sussidi ai prodotti fossili — misure che negli anni passati hanno pesato sulla bolletta pubblica senza incidere sulle cause del problema.
I numeri che motivano l'operazione disegnano un quadro di dipendenza strutturale. Secondo i dati citati dal ministro Giorgetti nella sua comunicazione alla Camera, nel 2024 l'Italia ha importato il 95% del gas fossile e il 91% del petrolio che consuma, con una dipendenza dalle importazioni di gas rimasta attorno al 90% della domanda annua per l'intero arco 2000-2025. Nel frattempo, il prezzo medio dell'energia elettrica all'ingrosso tra gennaio e aprile 2026 ha raggiunto i 130,5 euro per megawattora, il livello più alto tra i cinque principali Paesi europei esaminati da Legambiente. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il conflitto in Ucraina hanno aggravato una vulnerabilità che era già strutturale.
Sul fronte delle rinnovabili, il ritardo accumulato è considerevole. Secondo un report di Legambiente dell'aprile 2026, nel primo semestre 2025 la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili si attestava al 42%, lontana dall'obiettivo del 63,4% fissato dal PNIEC per il 2030. Lo stesso report ha documentato che la produzione da rinnovabili è cresciuta in Italia solo del 10% negli ultimi cinque anni, contro il 41,9% della Spagna, con oltre 1.700 progetti bloccati da iter autorizzativi che non decollano.
Il quadro e le incognite
La decisione del governo si inserisce in un contesto più ampio. Parallelamente ai 14 miliardi per l'energia, Roma ha chiesto flessibilità anche per la difesa: secondo quanto dichiarato dallo stesso Giorgetti alla Camera, la richiesta ammonta allo 0,9% del PIL, per circa 21-22 miliardi, portando il totale delle deroghe a oltre 35 miliardi. A questo si aggiungono altre due misure già in campo: il Piano Sociale per il Clima, dotato di 9,35 miliardi per il periodo 2027-2032, pensato per attutire gli impatti dell'estensione del sistema ETS2 sulle famiglie più vulnerabili; e un regime da 23 miliardi per la produzione elettrica da rinnovabili, approvato dalla Commissione l'11 giugno 2026.
I nodi restano aperti. Il primo è la velocità: i primi progetti per l'utilizzo dei fondi devono essere trasmessi a Bruxelles entro la metà di agosto 2026. Il secondo è strutturale: i soldi, da soli, non sciolgono i blocchi burocratici che tengono fermi oltre millesettecento cantieri. Il terzo è politico, e riguarda il dibattito interno. C'è chi vede nell'annuncio di Giorgetti una svolta significativa — un governo di centrodestra che usa lo strumento del debito per finanziare la decarbonizzazione — e chi preferisce aspettare i provvedimenti concreti prima di pronunciarsi. L'esame vero, come spesso accade, sarà nella traduzione degli impegni in decreti, appalti e megawatt installati.