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Il mondo ha perso il 10% dei coralli duri: il rapporto che allarma ma non arrende
Foto: Francesco Ungaro / Pexels
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Il mondo ha perso il 10% dei coralli duri: il rapporto che allarma ma non arrende

Il più grande studio globale sulle barriere coralline certifica un crollo senza precedenti nel 2024. Ma esistono segnali di resilienza.

La Redazione ·2 settembre 2026 8:06 ·4 min di lettura

Quasi un decimo dei coralli duri del pianeta è scomparso nel giro di quattro anni. Non è un'ipotesi catastrofista: è la conclusione del rapporto più dettagliato mai prodotto sullo stato delle barriere coralline, pubblicato il 31 agosto 2026 dal Global Coral Reef Monitoring Network (GCRMN). Il documento, intitolato Status of Coral Reefs of the World: 2025, si basa su 21,1 milioni di osservazioni raccolte in 36.886 siti sparsi per il mondo, con il contributo di 600 partner in oltre 120 paesi. Un'impresa scientifica di scala raramente vista, che restituisce un quadro tanto preciso quanto preoccupante.

Tra il 2020 e il 2024, la copertura globale di coralli duri è diminuita del 9,5% rispetto alla media del periodo 1980-2009. Nel 2024, quella copertura si attestava al 25,8% delle superfici di barriera monitorate. Ma il dato che colpisce di più riguarda l'ultimo anno: tra il 2023 e il 2024 si è registrato un calo relativo dell'8,9%, il più grande declino annuale mai documentato in assoluto. Un crollo che ha toccato l'87% delle barriere coralline a livello mondiale in un solo colpo.

Il principale responsabile è il cambiamento climatico, attraverso le ondate di calore marino. Il quarto evento globale di sbiancamento dei coralli — confermato dalla NOAA il 15 aprile 2024 e conclusosi probabilmente a metà 2025 — ha colpito circa l'84% dell'area delle barriere coralline mondiali in tutti e tre i principali bacini oceanici: Pacifico, Atlantico e Indiano. Lo sbiancamento di massa è stato documentato in almeno 83 paesi e territori. Quando l'acqua si scalda troppo, i coralli espellono le alghe simbiotiche che li nutrono e li colorano: senza di esse impallidiscono e, se lo stress dura abbastanza, muoiono.

Ciò che rende la situazione particolarmente critica è la questione dei tempi. Storicamente, gli eventi globali di sbiancamento si verificavano circa una volta ogni dieci anni, lasciando agli ecosistemi il tempo di riprendersi. Dal 2010, la frequenza è scesa a ogni quattro-sei anni. Il problema è che molti coralli necessitano di almeno cinque anni per maturare e riprodursi: la finestra di recupero si sta chiudendo, e per alcune specie potrebbe già essere insufficiente.

Le previsioni dell'IPCC aggiungono urgenza al quadro: se il riscaldamento a lungo termine raggiungerà 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, il pianeta perderà tra il 70 e il 90% della propria copertura corallina. A 2 gradi, la perdita potrebbe arrivare fino al 99%. Non si tratta di scenari astratti: questi ecosistemi proteggono le coste dalle tempeste e ospitano almeno un quarto della vita marina in qualche fase del loro ciclo vitale. La loro scomparsa avrebbe conseguenze dirette su centinaia di milioni di persone che dipendono dal mare per cibo, protezione e sussistenza.

Alle pressioni climatiche si sommano quelle locali: inquinamento da scarichi terrestri, nutrienti e sostanze tossiche, pesca eccessiva, pratiche distruttive come l'uso di dinamite o cianuro, sviluppo costiero non regolamentato, turismo insostenibile. Sono fattori che, agendo insieme al caldo, riducono ulteriormente la capacità di recupero dei reef.

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Segnali che tengono aperta una porta

Eppure il rapporto non è solo un atto d'accusa. I coralli hanno mostrato, in passato, una capacità di resilienza reale: dopo il terzo evento globale di sbiancamento, la copertura globale di coralli duri era cresciuta di circa il 6% tra il 2017 e il 2019. E nel 2026, secondo i dati disponibili, la copertura nella Grande Barriera Corallina australiana ha ricominciato a risalire leggermente rispetto ai livelli del 2025, segnalando l'avvio di un recupero dagli impatti dell'anno precedente.

Uno studio in fase di revisione scientifica, reso noto a giugno 2026, suggerisce inoltre che circa il 30% delle barriere coralline mondiali — pari a 166.000 chilometri quadrati — potrebbe rivelarsi resiliente agli effetti del cambiamento climatico. Il 61% di queste aree si trova nelle acque territoriali di Australia, Bahamas, Cuba, Indonesia e Filippine. Sono zone su cui concentrare protezione e risorse potrebbe fare la differenza.

In questa direzione si muovono anche alcune scelte politiche recenti. Nel maggio 2026, la Colombia ha ampliato di quasi 63.000 ettari il Santuario della Fauna e della Flora di Acandí, Playón e Playona, portandolo a oltre 89.000 ettari totali ed estendendo per la prima volta la tutela alle barriere coralline dell'area Hope Spot di Capurganá e Cabo Tiburón, riconosciute per la loro resilienza.

Il messaggio del GCRMN è duplice: il tempo si riduce, ma non è ancora scaduto. Ridurre le emissioni che guidano il riscaldamento globale resta la priorità assoluta; accanto a questo, abbassare le pressioni antropiche locali — l'inquinamento, la pesca distruttiva, lo sviluppo incontrollato delle coste — può fare la differenza tra una barriera che sopravvive e una che scompare. La scienza ha misurato il danno con una precisione senza precedenti. Ora tocca alla politica decidere quanto pesarla.

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