Hansen e il clima che accelera: «Il 2026 sarà il più caldo, il 2027 ancora peggio»
Il climatologo che nel 1988 allertò il Congresso Usa sull'effetto serra torna a mettere in guardia: l'attuale El Niño è il più forte mai registrato.
Trentotto anni fa, in una giornata di giugno 1988 in cui le temperature negli Stati Uniti stavano già bruciando i record, James Hansen si sedette davanti al Senato americano e disse una cosa che allora suonò quasi rivoluzionaria: il riscaldamento globale non era un'ipotesi futura, era già in corso e stava già alterando il clima del pianeta. Aveva il 99% di probabilità, spiegò, che le temperature di quell'anno — circa mezzo grado sopra la media del periodo 1950-1980 — fossero attribuibili all'azione dell'uomo. In pochi gli credettero davvero. Oggi quella testimonianza viene riletta come uno dei momenti fondativi della consapevolezza climatica, e Hansen, ex direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA, continua a seguire l'evoluzione del riscaldamento globale con la stessa determinazione di allora. Nei giorni scorsi ha pubblicato un nuovo studio, e il quadro che descrive è tra i più preoccupanti mai tracciati da un climatologo in attività.
Al centro dell'analisi c'è il fenomeno meteorologico che Hansen definisce un «super-duper El Niño»: l'attuale evento, iniziato a giugno 2026, sarebbe — secondo i suoi calcoli — il più forte mai registrato nella storia moderna. L'anomalia di calore nei primi trecento metri dell'Oceano Pacifico equatoriale ha già superato i livelli record del cosiddetto «super El Niño» del 1997-98, uno degli episodi climatici più destabilizzanti del Novecento. Hansen prevede che il fenomeno si intensificherà nel periodo agosto-ottobre 2026, dominando i modelli climatici globali e portando con sé temperature superiori alla norma in gran parte del mondo, oltre a significative alterazioni nei regimi di precipitazione.
Ma la preoccupazione di Hansen va oltre il singolo fenomeno meteorologico. L'El Niño, in questo caso, non si aggiunge a un sistema climatico in equilibrio: si somma a decenni di riscaldamento accumulato, amplificando effetti già visibili. Le temperature medie globali della superficie marina hanno raggiunto un nuovo record il 22 agosto 2026, toccando i 21,1°C al di fuori delle regioni polari, superando il precedente primato di marzo 2024. Il contenuto di calore degli oceani ha registrato un nuovo record già nel 2025. E luglio 2026 è stato, a pari merito con luglio 2024, il luglio più caldo mai misurato. Non si tratta di picchi isolati: il numero di giorni di ondate di calore marine a livello globale è più che triplicato dall'inizio degli anni Novanta.
Le conseguenze di oceani più caldi si propagano lungo tutta la catena meteorologica. L'acqua più calda si espande, contribuendo all'innalzamento del livello del mare. Trasferisce più energia e vapore acqueo all'atmosfera, intensificando eventi estremi come cicloni, nubifragi e siccità. Le ondate di calore record del 2026 hanno già contribuito a condizioni favorevoli agli incendi boschivi. Gli impatti di un super El Niño storicamente includono inondazioni e siccità diffuse, fallimenti dei raccolti, carenze idriche e alimentari, spostamenti di popolazione e un aumento del rischio di cicloni. Hansen dubita che, una volta attenuatosi il fenomeno, il mondo tornerà significativamente sotto la soglia di 1,5°C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali — la linea rossa fissata dagli accordi di Parigi.
A supportare questa visione non ci sono solo i dati del Pacifico. La World Meteorological Organization ha stimato che c'è una probabilità del 91% che almeno uno degli anni tra il 2026 e il 2030 superi proprio quella soglia, e dell'86% che uno di essi batta il record dell'anno più caldo mai registrato, stabilito nel 2024. Il 2025 si è già posizionato come secondo o terzo anno più caldo della storia, a circa 1,43°C sopra la media 1850-1900. Uno scenario che, un El Niño forte come quello in corso, potrebbe spingere la temperatura media globale vicino a 1,7°C sopra il livello preindustriale.
Nella sua analisi, Hansen individua anche i meccanismi che stanno accelerando il riscaldamento al di là delle previsioni più conservative. Tra questi, la riduzione degli aerosol: con meno particolato nell'atmosfera si formano meno nuvole a bassa quota, soprattutto sugli oceani, il che abbassa l'albedo terrestre — la capacità del pianeta di riflettere la radiazione solare. Questo, combinato con una sensibilità climatica che Hansen stima tra i 4 e i 5°C per ogni raddoppio di CO2 (contro i 3°C dell'IPCC), suggerisce che il sistema stia reagendo al riscaldamento accumulato in modo più brusco di quanto i modelli tradizionali prevedessero.
Tra i segnali più tangibili di una crisi già in corso c'è la sorte del ghiacciaio tropicale in Papua, Indonesia: quel che resta — stimato attorno al 2% dell'area di ghiaccio osservata nel 1988, l'anno della storica testimonianza di Hansen — dovrebbe scomparire entro la fine del 2026 o l'inizio del 2027. Un'immagine che, più di qualsiasi dato numerico, misura in modo visibile quanto sia cambiato il pianeta nel tempo esatto in cui un climatologo cercava di spiegare al mondo cosa stava per accadere.