Pale eoliche davvero riciclabili? Un laboratorio americano ci crede con una resina vegetale
Una pala eolica di nove metri, smontata in sei ore con un bagno chimico. Non è fantascienza, ma il risultato di un prototipo realizzato dai ricercatori del National Renewable Energy Laboratory (NREL) degli Stati Uniti, che hanno messo a punto una resina biologica capace di risolvere uno dei problemi più spinosi della transizione energetica: che fine fanno le pale eoliche quando smettono di girare?
La risposta tradizionale, finora, era spesso la discarica. Le pale sono costruite con materiali compositi — fibra di vetro, fibra di carbonio — legati da resine termoindurenti come quelle epossidiche o poliestere, che per loro natura non si lasciano facilmente scomporre. Fino al 90% della massa di una turbina eolica (acciaio, rame, componenti metallici) è già oggi riciclabile senza troppe difficoltà; le pale, invece, restano l'anello più difficile della catena.
Il NREL ha pubblicato i risultati della propria ricerca sulla rivista Science, descrivendo una resina denominata PECAN — acronimo di PolyEster Covalently Adaptable Network — ricavata da zuccheri provenienti da scarti vegetali. La novità non è solo l'origine biologica del materiale, ma il modo in cui si comporta alla fine del suo ciclo di vita: immersa in un bagno chimico acido riscaldato, oppure esposta a metanolo a circa 227 gradi Celsius, la resina si depolimerizza in modo controllato, restituendo le fibre in condizioni tali da poter essere riutilizzate. Il prototipo da nove metri è stato scomposto interamente in sei ore.
Le proprietà meccaniche della resina, secondo i test condotti dall'NREL, non sono un compromesso rispetto alle prestazioni: PECAN supera le resine tradizionali nei test di creep, cioè la misura della capacità di una pala di mantenere la propria rigidità nel tempo sotto carico prolungato. Le sue prestazioni sono paragonabili agli standard attuali per le resine termoindurenti e superiori a quelle di alcune resine termoplastiche già destinate al riciclo. Un altro dato rilevante riguarda l'impatto ambientale della produzione stessa: rispetto ai materiali derivati dal petrolio, PECAN comporterebbe una riduzione del 40% delle emissioni di gas serra e un consumo energetico inferiore del 30%. Il processo di fabbricazione, inoltre, è compatibile con i metodi già in uso nell'industria, il che abbassa la soglia di adozione.
Tuttavia, i laboratori e il mercato sono mondi che comunicano con lentezza. Gli stessi ricercatori parlano di una tempistica "aggressiva" che potrebbe portare la resina sulle linee produttive entro cinque anni, ma solo a condizione di ottenere ulteriori finanziamenti. In assenza di un percorso di scaling chiaro, PECAN rimane per ora una promessa concreta ma non ancora una soluzione disponibile.
Una scadenza europea che si avvicina
Il problema, nel frattempo, non aspetta. Entro il 2030, circa 80 gigawatt di capacità eolica installata in Europa — su un totale di 290 GW — raggiungeranno la fine della loro vita operativa teorica, che per una pala è tipicamente tra i venti e i venticinque anni. Si stima che oltre 14.000 pale saranno dismesse nel continente entro quella data, generando tra 40.000 e 60.000 tonnellate di rifiuti all'anno. La Germania è il paese che si prevede produrrà il maggiore volume di scarti, circa 23.300 tonnellate, seguita dalla Spagna con 16.000 e dall'Italia con 2.300.
L'industria europea si è già data una regola interna: dal 1° gennaio 2026 WindEurope — l'organizzazione che rappresenta il settore — ha introdotto un divieto autoimposto di smaltimento in discarica delle pale dismesse. Ma un impegno volontario non vale quanto una norma vincolante, e le lacune regolamentari restano. Mancano classificazioni armonizzate dei rifiuti a livello UE, codici specifici per i materiali delle pale e normative comuni che rendano economicamente sostenibile il riciclo su larga scala. WindEurope ha esortato i legislatori europei a convertire le direttive esistenti in regolamenti vincolanti, colmando un vuoto che rischia di trasformare la transizione verde in un nuovo problema di gestione dei rifiuti.
Nel frattempo, le soluzioni pratiche già disponibili — triturazione meccanica per uso nel cemento, pirolisi per recuperare fibre, co-processing nei forni da cemento — offrono risposte parziali. Il co-processing è considerato oggi l'opzione più scalabile e commercialmente valida: le pale triturate vengono usate come combustibile e materia prima nei forni cementizi. Ma nessuna di queste tecniche permette il recupero delle fibre composite con la qualità che consentirebbe di reimmettere il materiale in un ciclo produttivo di pari valore.
È proprio qui che si inserisce la scommessa dell'NREL: non trovare dove mettere le pale a fine vita, ma fare in modo che non diventino mai un rifiuto difficile da gestire. Se PECAN manterrà le promesse del laboratorio anche su scala industriale, la domanda su cosa fare delle pale potrebbe avere finalmente una risposta più semplice.