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Il Mediterraneo sempre più caldo mette a rischio anche i voli: lo studio INGV
Foto: Max Mishin / Pexels
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Il Mediterraneo sempre più caldo mette a rischio anche i voli: lo studio INGV

Un mare che si scalda più veloce della media globale alimenta temporali più intensi. Con conseguenze concrete su ritardi, dirottamenti e turbolenza.

La Redazione ·3 settembre 2026 6:11 ·3 min di lettura

A luglio 2026, la temperatura media superficiale del Mediterraneo ha toccato circa 27°C: il valore più alto mai registrato per un luglio dal 1993. In alcune zone, come al largo di Maiorca, il 5 agosto scorso si sono raggiunti i 33,02°C. Non sono numeri da manuale di climatologia: secondo uno studio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), pubblicato sulla rivista Atmospheric Science Letters della Royal Meteorological Society, questi valori stanno già cambiando le condizioni in cui volano gli aerei.

Il meccanismo è abbastanza diretto da capire, anche senza essere meteorologi. Un mare più caldo cede più calore e umidità all'aria sovrastante. Quell'energia extra, quando si combina con gli altri fattori necessari, diventa il carburante di temporali più violenti: precipitazioni abbondanti, raffiche di vento, visibilità ridotta. «Un mare ancora più caldo può aumentare l'energia e l'umidità disponibili in atmosfera e contribuire, in presenza degli altri 'ingredienti' necessari, allo sviluppo di temporali più intensi», spiegano i ricercatori dell'INGV. Il punto cruciale è che il Mediterraneo non si sta riscaldando al ritmo del resto del pianeta: sta andando più veloce, con un incremento del 20% superiore alla media globale. In 25 anni, la temperatura media superficiale è salita di oltre 1°C; le anomalie termiche rispetto ai livelli preindustriali, nel bacino occidentale e orientale, sono di circa 2°C, a fronte di un riscaldamento medio globale di 1,4°C.

Lo studio ha preso in esame un caso concreto, già vissuto da migliaia di passeggeri: il temporale del 13 dicembre 2024 sull'aeroporto di Roma-Fiumicino. In circa tre ore di intensa attività convettiva, quella perturbazione causò almeno otto dirottamenti, oltre a ritardi e circuiti di attesa su più voli. Un episodio che, secondo i ricercatori, aiuta a capire come eventi meteorologici di questo tipo possano avere ricadute a catena ben oltre l'area colpita: la chiusura temporanea di uno scalo, anche solo per poche ore, produce effetti sociali ed economici che si propagano su scala molto più ampia.

Ma i temporali intensi non sono l'unica preoccupazione. C'è anche la cosiddetta turbolenza in aria limpida — in inglese CAT, Clear-Air Turbulence — quella forma invisibile e imprevedibile di perturbazione che non si vede sui radar e che coglie di sorpresa sia i passeggeri sia i piloti. Dal 1980 è già aumentata in modo significativo, soprattutto nell'emisfero settentrionale, e le proiezioni indicano che nei prossimi decenni potrebbe raddoppiare o addirittura triplicare a livello globale, in larga misura a causa del cambiamento climatico. Per le compagnie aeree si traduce in costi operativi più alti: più carburante consumato per aggirare le zone instabili, più interventi di manutenzione sulle cellule degli aerei.

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C'è poi un effetto meno noto, legato al caldo in sé: l'aria calda è meno densa, il che significa che gli aerei devono raggiungere velocità più alte per generare la portanza necessaria al decollo. In alcuni aeroporti, soprattutto quelli a quota elevata o con piste corte, questo potrebbe tradursi in limitazioni al carico trasportabile, cioè meno passeggeri o meno bagagli per volo. Un problema che, con l'aumento delle temperature estive, potrebbe diventare strutturale.

Sul fronte istituzionale, l'Agenzia Europea per la Sicurezza Aerea (EASA) sta valutando gli effetti del cambiamento climatico sull'aviazione attraverso l'iniziativa European Network on Impact of Climate Change on Aviation (EN-ICCA). L'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile (ICAO), dal canto suo, ha fissato l'obiettivo di zero emissioni nette di carbonio entro il 2050 per l'aviazione internazionale, in linea con l'Accordo di Parigi. Ridurre le emissioni del settore è, in sostanza, uno dei pochi strumenti a disposizione per spezzare il circolo vizioso: meno gas serra, mare meno caldo, meno energia disponibile per i temporali che poi, tra le altre conseguenze, colpiscono gli stessi aerei.

Un dettaglio che lo studio sottolinea vale la pena tenere a mente anche fuori dall'estate: il calore accumulato dal Mediterraneo nei mesi caldi non si disperde all'improvviso con settembre. Persiste, prolungando le condizioni favorevoli alla convezione intensa anche in autunno e in inverno. Il temporale di dicembre a Fiumicino, in fondo, lo aveva già dimostrato.

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