Caldo record e lavoro: indumenti refrigeranti, la nuova frontiera per la sicurezza che attende una norma
Con oltre 20 decessi sul lavoro legati al caldo nell'estate 2026, cresce la richiesta di certificare gli indumenti refrigeranti, considerati un futuro DPI essenziale.
Il 2026 si conferma un anno di sfide crescenti per la sicurezza sul lavoro, soprattutto a causa delle temperature estive sempre più estreme. Con oltre 20 decessi sul lavoro direttamente collegati al caldo registrati solo nell'estate appena trascorsa, un aumento rispetto alla stagione precedente, emerge con forza l'urgenza di nuove strategie di protezione. Non bastano più solo condizionatori e sistemi di raffreddamento negli ambienti chiusi: il futuro della sicurezza passa anche attraverso l'innovazione nell'abbigliamento, con una richiesta pressante di normare gli indumenti "hi-tech" refrigeranti.
Il problema è tutt'altro che marginale. L'INAIL stima circa 4.000 casi critici di infortuni sul lavoro ogni anno legati alle alte temperature, mentre uno studio congiunto di Greenpeace e CGIL rivela che ben 1,5 milioni di lavoratori in Italia sarebbero esposti a condizioni di calore che rappresentano una minaccia concreta per la loro salute. I settori più a rischio sono quelli che operano all'aperto, come l'agricoltura e i cantieri edili, dove nel primo semestre del 2026 le denunce di infortunio mortale sono state 59, il valore più alto tra tutti i settori e in aumento rispetto all'anno precedente. Ma anche reparti industriali e magazzini logistici privi di adeguata climatizzazione non sono immuni. L'esposizione prolungata al calore può causare maggiore fatica, mal di testa, difficoltà di concentrazione, calo della produttività e, nei casi più gravi, colpi di calore, riconosciuti come infortunio sul lavoro.
Di fronte a questo scenario, la mancanza di certificazioni specifiche per gli indumenti da indossare per ridurre il rischio da calore in Italia e in Europa rappresenta una lacuna significativa. Non esistono infatti protocolli UNI o certificazioni ISO che definiscano requisiti e standard per questi capi, a differenza di quanto avviene per altri Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) come le scarpe antinfortunistiche o gli indumenti sanitari. Questa assenza stride anche con l'esistenza di norme europee, come la EN 342:2017 e la EN 14058, che specificano i requisiti per gli indumenti di protezione contro il freddo, testandone l'isolamento termico e la resistenza per temperature inferiori a -5°C o moderatamente basse. L'articolo 28 del d.lgs. n. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare "tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori", inclusi quelli legati alle alte temperature, ma senza strumenti normativi chiari per l'abbigliamento protettivo, l'applicazione può risultare complessa.
Attualmente, tra le contromisure esistenti, vi sono ordinanze regionali e comunali che prevedono la sospensione delle attività o la cassa integrazione quando le temperature superano i 35 gradi. Uno studio nell'ambito del progetto Worklimate – sviluppato da INAIL, CNR e altri partner per studiare gli effetti delle temperature estreme – ha mostrato che le ordinanze adottate nel 2024, basate sulle previsioni della piattaforma Worklimate, sono state associate a una riduzione degli infortuni sul lavoro nei settori più esposti al caldo di circa il 20%, e fino al 40% nelle giornate con rischio elevato nel comparto edile. Questi dati evidenziano l'efficacia delle misure preventive, ma sottolineano anche la necessità di affiancarle a soluzioni individuali.
È qui che entrano in gioco gli indumenti refrigeranti. Considerati a tutti gli effetti Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), sono progettati per mantenere la temperatura corporea sotto controllo e fornire freschezza. Esistono già soluzioni tecnologiche avanzate, come capi con ventilatori integrati o gilet hi-tech impiegati nello sport, ma la loro applicazione nel contesto lavorativo è frenata dalla mancanza di standard. Questi indumenti sono utili per una vasta gamma di professionisti: operai edili, addetti alla logistica, operatori ecologici, personale di cucina e tecnici della manutenzione. Gilet refrigeranti sono stati sviluppati anche per settori estremi come i vigili del fuoco, dove le temperature operative possono superare i 750°C, e per il personale sanitario che indossa indumenti protettivi pesanti. Tecnologie come il raffreddamento evaporativo, che si attiva immergendo il capo in acqua fredda, rappresentano un'innovazione concreta.
Gianni Landro, titolare di Landro Heaton, un'impresa specializzata in sistemi riscaldanti avanzati, ha lanciato un appello per colmare questa lacuna normativa. La sua battaglia mira allo sviluppo di standard verificati che possano garantire l'efficacia e la sicurezza di questi capi. Il mercato dei tessuti refrigeranti è in forte crescita, e l'abbigliamento protettivo ne rappresenta una parte cruciale. Questi tessuti termoregolatori sono visti come il futuro dell'industria tessile in risposta al riscaldamento globale. Normarli non significa solo riconoscere una tecnologia emergente, ma soprattutto salvaguardare la salute e la sicurezza di milioni di lavoratori, offrendo loro strumenti certificati per affrontare un clima che cambia. La certificazione permetterebbe di testare e validare questi indumenti sul lungo periodo per l'uso lavorativo, trasformandoli da semplici capi innovativi a veri e propri presidi salvavita.