Amazzonia: quando il clima cancella piante e lingue, scompare anche il sapere indigeno
In Amazzonia, biologia e cultura non sono mondi separati, ma due destini intrecciati che cammina a braccetto. Il cambiamento climatico, però, non minaccia solo la foresta: attacca direttamente la vita, la conoscenza e la voce di oltre 400 gruppi indigeni che qui custodiscono un sapere antico. Una ricerca pubblicata su Nature ha rivelato una verità agghiacciante: entro la fine del secolo, un terzo delle specie vegetali utilizzate dagli indigeni potrebbe scomparire. Non si tratta di un semplice calo numerico. È la perdita di rimedi medicinali, di fonti alimentari, di servizi ecosistemici essenziali per popolazioni che da millenni vivono in simbiosi con la foresta.
Ma il danno non è solo biologico. La scomparsa di queste piante si acompagna all'estinzione delle lingue indigene, nelle quali è codificato il sapere sulle loro proprietà. Se le lingue svaniscono, svanisce anche il 26% del patrimonio di conoscenze dell'Amazzonia. Gran parte del sapere medicinale è unico per ogni cultura: perdere una lingua significa cancellare informazioni su cure naturali non documentate altrove, come se un intero capitolo della storia umana fosse strappato da un libro senza speranza di recupero. Gli autori dello studio avvertono che le loro stime sono probabilmente ottimistiche. La realtà, infatti, è più complessa: deforestazione, specie invasive, politiche governative e l'apertura dei mercati globali interagiscono e si rafforzano, amplificando le pressioni sulla diversità biologica e culturale.
Per capire la profondità di questa crisi, bisogna guardare ai dati. Un team di ricercatori dell'Università di Zurigo ha analizzato un database di oltre 90mila segnalazioni sull'uso delle piante amazzoniche, raccolte da 700 fonti storiche dal 1504. Ne sono state identificati oltre 15mila, di cui 5.796 (circa un terzo) regolarmente utilizzate dalle società native. Utilizzando modelli informatici avanzati, gli scienziati hanno simulato tre scenari socio-economici basati sulle scelte umane riguardo alle emissioni e all'energia. Il risultato è chiaro: le piante più preziose per l'essere umano saranno quelle a soffrire di più della contrazione geografica dell'habitat. Tra il 28% e il 34% delle piante utili alla sopravvivenza indigena potrebbero essere perdute, con una riduzione dei servizi ecosistemici stimata tra il 18% e il 23%.
La soluzione non può essere il semplice restauro, cioè riportare la foresta al suo stato originario. Gli esperti suggeriscono di passare alla rigenerazione: un concetto che punta a ricostruire il rapporto di cura reciproca tra uomo e natura. Come sottolinea Victoria Reyes-García, per salvare il patrimonio bioculturale amazzonico è essenziale sostenere la sovranità dei popoli indigeni sui loro territori, garantendo loro il controllo delle terre e la possibilità di trasmettere le proprie lingue alle nuove generazioni. Lo studio propone lo sviluppo di una socio-bioeconomia, un sistema che non si limita allo sfruttamento commerciale, ma che valorizza e protegge le fondamenta culturali delle comunità. Perché la cura della biodiversità non può essere separata dalla cura delle lingue e dei sistemi di conoscenza. In Amazzonia, salvare una pianta significa salvare una lingua. E salvare una lingua significa salvare il futuro di tutto il pianeta.