La serie arriva su Prime Video il 10 giugno 2026 e porta sullo schermo il mondo di Carley Fortune con un tono da teen dramedy che intreccia memoria, desiderio e seconde possibilità. Al centro c’è Percy Fraser, interpretata da Sadie Soverall, che torna con il peso di un passato mai davvero chiuso e con la sensazione netta che certi luoghi, prima ancora delle persone, sappiano riaprire ferite e promesse. Barry’s Bay resta il cuore simbolico della storia, anche se la produzione ha scelto di non girare lì, spostando l’azione in un altro angolo del Canada capace di restituire la stessa atmosfera sospesa tra nostalgia e paesaggio.
La scelta ha una logica precisa: non solo praticità produttiva, ma anche la possibilità di costruire un’immagine più ampia e cinematografica. Vancouver, con il suo skyline di vetro e acciaio, diventa il volto della Seattle della serie. È una trasformazione quasi naturale. La città canadese ha il ritmo, la verticalità e la luce giusti per evocare un contesto urbano contemporaneo, e infatti sullo schermo compaiono alcuni dei suoi edifici più riconoscibili. The Stack dà corpo all’ufficio di Percy con la sua architettura futuristica e la sua presenza netta, mentre l’Harbour Center, con la torre circolare che domina la scena, continua a definire l’identità visiva della città. Accanto a questi, il Living Shangri-La, la Vancouver House, il One Wall Center e il Canada Place aggiungono profondità a un paesaggio urbano che non serve solo da sfondo: diventa parte del racconto, un ambiente che riflette ambizione, movimento e distanza.
Ma la forza delle location non sta soltanto nei grattacieli. Vancouver funziona anche perché sa offrire una doppia anima, moderna e narrativa, cosmopolita e radicata. Tra un’inquadratura e l’altra, la città suggerisce un universo più vasto fatto di quartieri storici, musei e memorie locali. Gastown, con il suo immaginario legato al folklore dei marinai, introduce una dimensione quasi leggendaria, mentre il MOA apre una finestra più profonda sulla storia dei popoli nativi. È questo equilibrio a rendere credibile la trasposizione: la serie non cerca soltanto una bella città, cerca un luogo che sappia contenere più stati d’animo insieme.
Poi arriva l’isola di Bowen, e il tono cambia. Qui il racconto rallenta, respira, si allarga. In appena venti minuti di traghetto da Vancouver si raggiunge una realtà che sembra costruita per il silenzio, per le passeggiate, per quel contatto con la natura che nei romanzi romantici non è mai solo decorativo, ma spesso decisivo. Bowen è una delle location più affascinanti della serie proprio perché introduce un senso di tregua visiva e emotiva. Tra hiking, kayak, pesca e immersioni, l’isola restituisce l’idea di un mondo in cui la quotidianità urbana lascia spazio a qualcosa di più essenziale. Anche i punti panoramici sulla Baia di Howe contribuiscono a questo effetto: il paesaggio non accompagna la storia, la modella. E quando entrano in scena musei, eventi locali e le distillerie dove si assaggia il sidro, Bowen smette di essere soltanto una cartolina e diventa un frammento vivo del racconto, intimo e concreto insieme.
In fondo è questo il fascino delle location di Un anno dopo l’altro: non si limitano a riprodurre un luogo, ma traducono sullo schermo un sentimento. Vancouver dà corpo alla distanza e al presente, Bowen alla memoria e al respiro della natura, mentre Barry’s Bay continua a funzionare come un centro emotivo invisibile, più evocato che mostrato. Il risultato è un Canada cinematografico, romantico senza manierismi, capace di raccontare con i suoi spazi ciò che i personaggi spesso non riescono ancora a dire.







