L’industria italiana del videogioco non è più una realtà marginale. In poco più di dieci anni è passata da poche decine di imprese a un ecosistema composto da oltre 200 operatori, quasi 3 mila addetti e ricavi stimati tra 180 e 200 milioni di euro. I numeri raccontano un settore in movimento, capace di attrarre nuovi talenti, consolidare studi strutturati e puntare sempre più su un mercato internazionale. Ma raccontano anche un limite molto meno visibile e molto più decisivo: il capitale.
È qui che il quadro si complica. L’88% degli studi italiani continua a finanziare i propri videogiochi con risorse proprie, una scelta che garantisce autonomia ma impone anche un ritmo di crescita più lento e fragile. Il settore, insomma, produce sempre più idee e sempre più titoli, ma spesso lo fa con un modello economico che resta legato all’autofinanziamento, con un accesso ancora ridotto al venture capital e ai fondi specializzati. Nei prossimi due anni sono attesi oltre 80 nuovi lanci, di cui 62 originali: un segnale di vivacità evidente, che però richiede un sostegno finanziario all’altezza delle ambizioni.
La vera sfida del Made in Italy videoludico non sembra quindi essere la creatività. Quella c’è, e si vede. Né manca la capacità di dialogare con l’estero, perché ormai la partita si gioca da subito su scala globale. Il punto è un altro: trasformare uno studio indipendente in un’impresa capace di competere nel lungo periodo, di sostenere cicli di sviluppo più lunghi, di investire in marketing, distribuzione e crescita. In altre parole, imparare a finanziare la complessità.
Su questo nodo si innesta il giudizio di Thalita Malagò, direttrice generale di IIDEA, secondo cui oggi creare videogiochi è più accessibile che in passato, ma rendere sostenibile uno studio e farlo crescere resta la vera barriera. Il credito d’imposta, spiega, ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere il videogioco come industria culturale e creativa e nel favorire nuovi investimenti. Tuttavia non può bastare da solo. In una fase in cui il capitale privato è più prudente e la competizione si è fatta più intensa, serve una strategia più ampia, fondata su continuità, prevedibilità e rapidità di attuazione.
È questa la sensazione emersa con forza anche nell’ottava edizione di First Playable, il grande appuntamento dedicato al business del videogioco che ha riunito a Firenze oltre 500 professionisti tra studi di sviluppo, publisher, investitori e istituzioni. Per tre giorni l’industria si è guardata allo specchio, mettendo a confronto ambizioni e fragilità, successi internazionali e difficoltà strutturali. Sullo sfondo, il riferimento ai casi che hanno trasformato un’idea locale in un marchio globale — dalla Polonia alla Francia — ha reso ancora più evidente il punto centrale: il videogioco italiano ha già dimostrato di saper crescere. Ora deve trovare il modo di farlo con più capitale, più visione e meno fatica.







