Una petizione contro sorveglianza e deportazioni di massa in Europa
Il regolamento sui ritorni incombe come una minaccia silenziosa sul futuro dei diritti umani in Europa. Lunedì 9 marzo, il Parlamento Europeo si troverà a decidere sul destino di migliaia di vite, con una proposta legislativa che promette di semplificare le deportazioni, ampliare i poteri delle autorità e intrecciare collaborazioni con aziende private per un uso intensivo di tecnologie di sorveglianza. Non si tratta solo di procedure amministrative: è un passo verso un mondo in cui la vulnerabilità dei migranti diventa motore di un modello economico basato sulla marginalizzazione.
Immaginate un'Europa che esternalizza i suoi confini, spedendo richiedenti asilo verso Paesi terzi lontani dalle origini, eco del controverso accordo con l'Albania. Questa strategia, nata da negoziati tesi e divisioni profonde, ignora valutazioni d'impatto adeguate. Peggio: apre la porta a ingressi forzati in case private o luoghi di culto, erodendo garanzie fondamentali con interpretazioni ambigue che dilatano i poteri repressivi. Le tecnologie biometrice, già protagoniste dell'Entry/Exit System, registrano viaggiatori extra-Schengen in modo pervasivo, un livello di controllo impensabile solo pochi anni fa.
Da qui, il regolamento spinge gli Stati a identificare 'soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi' con misure 'efficienti e proporzionate'. Una formula che maschera la profilazione razziale, legittimandola sotto il velo della necessità. Si teme l'adozione di riconoscimento facciale e analisi biometrica su dispositivi mobili delle forze dell'ordine, pratiche già consolidate altrove – dagli Stati Uniti ai territori palestinesi occupati – per scandagliare folle in spazi pubblici. E le 'alternative alla detenzione'? Monitoraggio GPS e elettronico che confinano migranti in zone designate, simili ad arresti domiciliari high-tech.
I dati raccolti, sensibili e vasti, sfuggono a protezioni rigorose: condivisi con autorità multiple e Paesi terzi privi di standard europei sulla privacy, alimentano un sistema opaco intriso di bias culturali. Contro questa marea montante, organizzazioni come Access Now, EDRi, Amnesty International e AlgorithmWatch uniscono forze nella campagna #ProtectNotSurveil. La loro petizione, simbolo di resistenza, dà voce a chi rifiuta un futuro di sorveglianza invasiva e deportazioni di massa. Non è solo un gesto: è un invito urgente a mantenere alta l'attenzione sui rischi per i diritti fondamentali, prima che si consolidino.