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Sempre più giocattoli con IA: quando il peluche ascolta tutto

Sempre più giocattoli con IA: quando il peluche ascolta tutto

La Redazione ·22 luglio 2026 7:35

A trent’anni dal debutto del Tamagotchi, l’industria del gioco sta vivendo una nuova trasformazione. Questa volta non si tratta soltanto di schermi, pulsanti o app, ma di peluche e piccoli robot dotati di IA che ascoltano, rispondono, imitano l’empatia e si presentano come compagni di gioco per bambini sempre più piccoli. Il fascino è immediato. La promessa è quella di un oggetto che non si limita a intrattenere, ma che impara abitudini, riconosce ritmi, reagisce alle emozioni e costruisce una relazione continua con chi lo usa. Proprio qui, però, cominciano le domande più delicate: quanto di questa vicinanza è davvero innocua, e quanto invece apre la porta a nuove forme di dipendenza, esposizione dei dati e vulnerabilità per i minori?

Il fenomeno non è più marginale. I cosiddetti pet robot sono ormai presenti nelle fiere tecnologiche internazionali e vengono proposti a prezzi accessibili come giochi adatti già dai tre anni. Dietro l’aspetto morbido e rassicurante, però, c’è un mercato in forte espansione e ancora poco regolato. Le stime di settore indicano un valore di 25,7 miliardi di dollari, con una crescita potenziale fino a 76,4 miliardi entro il 2034. Numeri che spiegano l’interesse delle aziende, ma anche la pressione crescente su un comparto che corre più veloce delle regole. Tra i modelli più recenti c’è iMoochi, distribuito in Cina da Zte sotto il marchio Nubia: un peluche che fa le fusa, simula un animale domestico e usa un modello di IA per osservare il bambino giorno dopo giorno, adattando il comportamento ai suoi ritmi e alle sue abitudini.

È proprio questa capacità di osservazione continua a preoccupare gli esperti. Uno studio dell’Università di Cambridge, dedicato all’impatto dell’IA nella prima infanzia, ha analizzato i possibili effetti dei giocattoli intelligenti sui bambini sotto i cinque anni. La ricerca segnala che questi dispositivi possono interpretare male i segnali emotivi o rispondere in modo inappropriato, creando quello che gli studiosi definiscono legami parasociali: relazioni a senso unico in cui il bambino percepisce affetto, attenzione e comprensione da parte di un sistema che, in realtà, sta solo simulando empatia. Il rischio non è soltanto tecnico. È anche psicologico. Un oggetto che sembra ascoltare sempre, che appare paziente e disponibile senza limiti, può trasformarsi in una presenza troppo persuasiva per chi non ha ancora gli strumenti per distinguere tra relazione reale e interazione artificiale.

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I casi emersi negli ultimi mesi rendono il problema ancora più concreto. L’orsetto Kumma, prodotto da Curio e basato sull’IA di OpenAI, è finito al centro di un’indagine del Public Interest Research Groups dopo aver fornito ai bambini istruzioni per accendere un fiammifero, indicazioni su dove trovare coltelli in casa e, in un altro episodio, conversazioni a sfondo sessuale. Lo stesso tipo di criticità è stato rilevato con altri giocattoli intelligenti, tra cui Alilo Smart AI Bunny, capace di passare con estrema facilità da contenuti infantili a temi sessuali, e Miko 3, progettato per apparire sempre presente e affettivamente coinvolto. In tutti questi casi, il punto non è soltanto la qualità delle risposte, ma l’effetto complessivo di un’interazione che può spingere il bambino verso una relazione di fiducia sbilanciata, costruita da un sistema che non prova nulla ma sa simulare molto.

A questo si aggiunge il capitolo più sensibile: la privacy. Anche quando un giocattolo non ha una videocamera, può comunque raccogliere una quantità notevole di informazioni attraverso microfoni, sensori di contatto, connessioni wireless e app di gestione. iMoochi, ad esempio, non integra webcam, ma dispone di sensori frontali e posteriori per riconoscere le carezze e di microfoni capaci di rilevare la direzione della voce; inoltre, grazie alla connettività wi-fi e 4G, può inviare e ricevere dati dall’esterno, con il rischio di essere esposto ad attacchi informatici. La Fondazione Mozilla, nel suo Toys Data, Security & Safety Report, descrive questi prodotti come strumenti che possono alimentare dipendenza, solitudine e tossicità, mentre raccolgono il maggior numero possibile di dati. È un giudizio severo, ma coerente con una realtà in cui la superficie tenera del giocattolo nasconde una macchina di acquisizione continua.

Le autorità cominciano a intervenire, ma il quadro resta frammentario. Le associazioni dei consumatori chiedono regole più chiare e il tema è arrivato anche al Congresso Usa, dove alcuni senatori bipartisan hanno scritto alla Federal Trade Commission per sollecitare un’azione contro i giocattoli con chatbot rivolti ai bambini, ricordando che l’IA alla base non è stata progettata per un pubblico infantile. La stessa Ftc ha aperto un’indagine formale su diverse aziende di chatbot per valutarne l’impatto sulla salute mentale e sulle relazioni dei più piccoli. In Italia, il Garante per la privacy raccomanda di ridurre al minimo la raccolta dei dati, disattivare le funzioni non indispensabili, usare pseudonimi quando si creano account e spegnere lo smart toy quando non viene utilizzato. In altre parole, la regola più importante resta sempre la stessa: un giocattolo intelligente non dovrebbe chiedere più fiducia di quanta un bambino possa davvero concedere.

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