Satelliti e clima: i lanci spaziali inquinano molto più del previsto
L’industria spaziale è entrata da tempo in una nuova fase. Non si tratta più soltanto di missioni rare e spettacolari, ma di un traffico crescente di lanci che accompagna l’espansione delle megacostellazioni di satelliti. E con questa crescita arriva anche un problema finora sottovalutato: l’inquinamento atmosferico prodotto dai razzi. Non resta confinato al momento del decollo, non si disperde in fretta. Sale, si stratifica e si accumula nella parte alta dell’atmosfera, dove può restare molto più a lungo rispetto alle emissioni generate sulla Terra.
Il punto centrale è proprio qui. Ogni lancio rilascia fuliggine e altre particelle inquinanti che, secondo le stime, possono arrivare fino a 870 tonnellate all’anno. A prima vista può sembrare un dato tecnico, quasi astratto. In realtà descrive un impatto concreto, perché quella fuliggine non si comporta come lo smog che conosciamo nelle città. È diversa. Più persistente. Più difficile da disperdere. E, soprattutto, più incisiva sul bilancio climatico globale. I ricercatori hanno infatti osservato che l’effetto di questi inquinanti può risultare oltre 500 volte più forte di quello prodotto dalle automobili, proprio per la loro permanenza nelle quote più elevate dell’atmosfera.
La tendenza è destinata a intensificarsi se il ritmo attuale dei lanci continuerà a crescere. Le proiezioni indicano che le megacostellazioni avviate negli ultimi anni potrebbero arrivare a incidere per il 42% dell’inquinamento totale accumulato nell’atmosfera dal 1957 a oggi. È una quota enorme, soprattutto se si considera che l’era spaziale è iniziata come simbolo di progresso scientifico e tecnologico. Oggi, invece, quel progresso chiede di essere osservato con maggiore attenzione. Perché il costo ambientale non è più marginale. Sta diventando strutturale.
C’è però un aspetto che rende il quadro ancora più complesso. Il numero di lanci annuali è aumentato più rapidamente di quanto previsto inizialmente, spinto in gran parte dall’attività dei grandi operatori privati. Questo significa che le stime più prudenti rischiano già di essere superate dai fatti. Se nel 2020 le costellazioni satellitari contribuivano per circa il 35% all’inquinamento atmosferico legato allo spazio, entro il 2030 quella quota potrebbe salire ancora. E non di poco. La traiettoria è chiara, anche se il futuro resta aperto: più satelliti in orbita significano più lanci, più rientri, più combustione, più residui.
Naturalmente, non tutto ciò che arriva dallo spazio va letto solo in chiave negativa. Alcune analisi suggeriscono che la fuliggine liberata dai razzi possa anche schermare in parte la radiazione solare, riducendo leggermente la quantità di luce che raggiunge la superficie terrestre. In teoria, questo potrebbe produrre un raffreddamento minimo. Ma il beneficio, se così si può chiamare, appare debole e lontanissimo rispetto alla traiettoria complessiva del riscaldamento globale. Il bilancio finale resta sbilanciato. E lo è in modo crescente.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema dei detriti spaziali. In oltre 4000 lanci effettuati dal 1957 a oggi, l’orbita terrestre si è popolata di resti di ogni tipo: satelliti fuori uso, stadi propulsivi abbandonati, frammenti minuscoli come bulloni e residui di vernice, oltre ai pezzi nati da esplosioni e collisioni. Sono oggetti apparentemente invisibili alla vita quotidiana, ma tutt’altro che innocui. Ogni frammento racconta la stessa storia: più attività nello spazio significa più affollamento, più rischio e più pressione su un ambiente che non è infinito e nemmeno davvero vuoto.
Il fascino dello spazio rimane intatto. Continuerà a esserlo. Ma l’idea di conquista non può più prescindere dalla responsabilità. Se il futuro orbitale sarà costruito su lanci sempre più frequenti, allora dovrà essere ripensato anche il modo in cui quei lanci vengono alimentati, prodotti e regolati. Perché il problema non è soltanto arrivare nello spazio. È farlo senza trasformarlo in una nuova frontiera dell’inquinamento.