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La prima mappa mondiale del colesterolo cattivo: 3,6 milioni di morti l'anno, e l'Italia non è esente
Foto: Erik Mclean / Pexels
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La prima mappa mondiale del colesterolo cattivo: 3,6 milioni di morti l'anno, e l'Italia non è esente

Uno studio su JAMA fotografa paese per paese il peso dell'ipercolesterolemia: 3,6 milioni di decessi nel 2023, con l'Est Europa tra le aree più colpite.

La Redazione ·13 agosto 2026 13:08 ·4 min di lettura

Tre virgola sei milioni di morti in un solo anno. È il peso che il colesterolo LDL — quello che viene chiamato "cattivo" — ha scaricato sulla salute globale nel 2023, secondo uno studio pubblicato il 29 luglio su JAMA, la rivista dell'Associazione Medica Americana. Per la prima volta, la ricerca — basata sui dati del Global Burden of Disease 2023 — ha mappato paese per paese l'impatto dell'ipercolesterolemia, stimando l'esposizione a livello di popolazione e la perdita di salute associata in 204 paesi e territori, attingendo a 806 studi condotti in 161 paesi.

I numeri sono di quelle dimensioni che si faticano a mettere a fuoco. Quei 3,6 milioni di decessi corrispondono al 6% della mortalità mondiale, con un margine di incertezza che oscilla tra 2,2 e 5,4 milioni. Ma c'è una misura ancora più brutale del danno: 90,7 milioni di anni di vita persi, tra morti premature e anni vissuti in condizioni di disabilità — i cosiddetti DALY, l'unità di misura del carico globale di malattia. Equivale al 3,2% di tutto il peso sanitario che l'umanità porta sulle spalle. Lo studio colloca l'ipercolesterolemia da LDL come secondo principale fattore di mortalità per malattie cardiovascolari, e tra i primi dieci contributori al carico complessivo di malattia a livello planetario.

Il colesterolo LDL è subdolo per definizione: non provoca sintomi evidenti e può restare elevato per anni, mentre nel frattempo contribuisce silenziosamente alla formazione di placche aterosclerotiche lungo le pareti delle arterie. Quelle placche possono poi portare a infarto e ictus. È un rischio modificabile — cioè su cui si può intervenire — il che rende ancora più significativo il dato sulla sua incidenza.

Un progresso reale, ma con un'ombra

La fotografia non è però tutta in chiaroscuro. Dal 1990 al 2023 i tassi di mortalità standardizzati per età attribuibili al colesterolo LDL sono calati del 45,6%, e quelli di DALY del 39,5%. Un risultato che riflette i progressi della medicina, l'allargamento dell'accesso alle statine e le campagne di prevenzione cardiovascolare degli ultimi decenni. Il problema è che questi progressi nei tassi relativi convivono con un aumento del carico assoluto cresciuto del 39% dal 1990, trainato dall'invecchiamento e dalla crescita della popolazione mondiale. In termini concreti: meno persone muoiono di colesterolo in proporzione, ma più persone muoiono in valore assoluto.

La distribuzione geografica rivela squilibri netti. I tassi di DALY standardizzati per età sono più elevati nell'Europa orientale e più bassi nelle regioni ad alto reddito dell'Asia-Pacifico. India e Cina da sole rappresentano circa un terzo del carico globale, e la tendenza segnala uno spostamento sempre più marcato verso i paesi a medio indice sociodemografico — quelli che stanno adottando stili di vita occidentali ma non hanno ancora sistemi sanitari strutturati per gestire il rischio cardiovascolare su larga scala.

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Cosa cambia in Italia

Lo studio arriva in un momento in cui il dibattito clinico si sta ridisegnando anche in Europa. Le nuove linee guida americane sulla gestione della dislipidemia, pubblicate nel 2026 da American Heart Association, American College of Cardiology e altre società scientifiche, propongono un cambio di paradigma: valutare il rischio cardiovascolare su un orizzonte di 30 anni, e non più solo a 10 anni come avveniva in precedenza. Una modifica che allarga notevolmente la platea di chi viene considerato candidato alla terapia preventiva con statine.

Negli Stati Uniti si stima che 21,5 milioni di persone in più diventeranno eleggibili a un trattamento preventivo, portando il totale a oltre 87 milioni di americani — più della metà della popolazione tra i 30 e i 79 anni. Per l'Italia, le stime parlano di tra 4 e 5,5 milioni di persone nella fascia d'età 30-79 anni che potrebbero diventare nuovi candidati a una valutazione per la terapia con statine. Non a una prescrizione automatica, precisa il dossier: ma a una conversazione clinica che oggi forse non avviene.

Questo punto è rilevante per capire cosa potrebbe cambiare nella pratica quotidiana. L'adozione di un orizzonte temporale più lungo nella valutazione del rischio significa che persone relativamente giovani, magari con valori di LDL borderline ma senza altri campanelli d'allarme evidenti, potrebbero rientrare in un percorso di monitoraggio più attento. Non è detto che questo si traduca in nuove prescrizioni di farmaci: stile di vita, alimentazione e attività fisica restano il primo strumento. Ma l'indicazione è quella di non aspettare che il rischio diventi conclamato.

Lo studio conclude sottolineando che permangono lacune significative nella sorveglianza e nella misurazione del colesterolo a livello globale, e che servono strategie più solide di prevenzione, diagnosi e accesso al trattamento. Una mappa, per quanto dettagliata, vale poco senza le politiche sanitarie per usarla.

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