SpaceX si prepara a sbarcare in borsa con una promessa che va oltre i numeri. L’operazione, attesa come una delle più grandi di sempre, potrebbe trasformare Elon Musk in una figura ancora più ricca e influente, ma chiede agli investitori un atto di fede: credere non tanto ai risultati presenti quanto a una visione che, per ora, vive quasi interamente nel futuro.
È qui che la vicenda smette di essere una semplice storia di finanza e diventa un racconto di potere. SpaceX non è soltanto un’azienda aerospaziale: costruisce razzi, gestisce la più estesa rete satellitare per le telecomunicazioni attraverso Starlink e sta investendo anche nell’infrastruttura necessaria a sostenere l’AI. In questa architettura, spazio, connettività e calcolo non appaiono come mercati separati, ma come elementi di uno stesso sistema. I razzi portano in orbita i satelliti, i satelliti distribuiscono la connessione, la connessione alimenta tanto l’accesso a Internet quanto i data center su cui si reggono i modelli di intelligenza artificiale.
Il fascino del progetto è evidente. Lo è meno la sua solidità economica. I ricavi del 2025, pari a 18,7 miliardi di dollari, restano lontanissimi dalla valutazione che la società punta a raggiungere con la quotazione, fissata a 1.770 miliardi. E dietro questa distanza si allunga l’ombra delle perdite: quasi 5 miliardi nel 2025 e altri 4,3 miliardi nei primi tre mesi del 2026. La ragione è soprattutto una sola, ed è molto costosa: Starship, il sistema di lancio più potente di SpaceX, insieme alla corsa per mettere in orbita migliaia di satelliti Starlink.
A rendere la struttura ancora più delicata c’è il debito, circa 20 miliardi di dollari, accumulato per finanziare lo sviluppo. La quotazione servirà anche a questo: raccogliere capitali, alleggerire il carico degli interessi, dare ossigeno alla macchina industriale. Ma il mercato, si sa, non compra mai solo i bilanci. Compra aspettative. E nel caso di SpaceX, quelle aspettative sono altissime. Per ogni dollaro di fatturato, la società viene valutata come se valesse molto di più di gran parte delle grandi aziende tecnologiche, perché il mercato scommette sulla crescita futura di Starship, sulla scalabilità di Starlink e sull’eventuale espansione dei servizi legati all’AI.
Dentro questa scommessa, però, non tutte le divisioni pesano allo stesso modo. Starlink è oggi il motore più concreto: nel 2025 ha generato 11,4 miliardi di dollari di ricavi, oltre il 60 per cento del fatturato complessivo, e serve già circa 10 milioni di utenti nel mondo. È la parte che produce cassa, quella che sostiene il resto del gruppo e permette di alimentare i segmenti più fragili. La divisione spaziale, pur essendo il cuore storico dell’azienda, ha prodotto circa 4 miliardi di ricavi nello stesso anno e continua a bruciare risorse con i test e lo sviluppo di Starship. Poi c’è il fronte più instabile, quello dell’intelligenza artificiale, che nei primi mesi del 2026 ha accumulato perdite per 2,47 miliardi di dollari.
Qui entra in gioco una delle mosse più ambiziose di Musk: trasformare il supercomputer Colossus 1, costruito a Memphis, da strumento interno a piattaforma commerciale. L’idea iniziale era usarlo soprattutto per Grok, il chatbot legato a xAI e al mondo di X, ma la strategia si è allargata. Se grandi aziende come Anthropic e Google pagano per accedere alla potenza di calcolo del sistema, Colossus smette di essere solo un costo e diventa una fonte di reddito. È una conversione decisiva, perché mostra come SpaceX e l’universo Musk tendano sempre più a sovrapporre infrastrutture, servizi e dipendenze reciproche.
Eppure il disegno più radicale è un altro: i data center spaziali. Musk immagina satelliti collegati tra loro capaci di offrire potenza di calcolo per l’AI direttamente in orbita, liberando la Terra dal peso energetico e materiale dei data center tradizionali. L’argomento è suggestivo. Sulla Terra servono enormi quantità di elettricità, acqua e suolo; nello spazio, secondo questa visione, il calore si disperderebbe meglio e l’energia solare potrebbe essere sfruttata con maggiore efficienza. Ma la distanza tra teoria e pratica resta enorme. Si parla da anni di questa idea, senza che nessuno l’abbia ancora dimostrata su scala reale.
È qui che la valutazione di SpaceX si fa più controversa. Una parte degli analisti ritiene che il prezzo ipotizzato sia eccessivo; altri sostengono che le potenzialità di Starship, Starlink e dei servizi legati al calcolo meritino una fiducia superiore alla media. Morningstar, per esempio, ha espresso una stima molto più prudente, intorno ai 780 miliardi di dollari, meno della metà della cifra indicata dalla società. Il dubbio di fondo è sempre lo stesso: quanto di questa storia è già sostenuto da risultati misurabili e quanto invece dipende da progetti ancora da verificare?
A complicare ulteriormente il quadro c’è la governance. Musk possiede il 42 per cento di SpaceX, ma la struttura dell’offerta è pensata per preservare il suo controllo quasi assoluto. Le azioni sono state organizzate in due classi: una per il mercato, con un voto per azione, e una riservata a Musk e a un gruppo ristretto di manager, con dieci voti per azione. In questo modo, la quotazione non diluisce davvero il potere del fondatore. Lo consolida. Lo rende più difficile da scalfire. E trasforma SpaceX in una società in cui il capitale diffuso convive con una direzione fortemente accentrata.
Questo aspetto conta più di quanto sembri, perché SpaceX opera in settori sensibili per sicurezza nazionale, telecomunicazioni e accesso allo spazio. I suoi servizi hanno usi civili e militari, e il loro peso cresce proprio perché in molti ambiti non esistono alternative comparabili. È una posizione che offre forza contrattuale, ma espone anche al problema opposto: una concentrazione enorme di infrastrutture strategiche nelle mani di un solo imprenditore, con le sue decisioni, i suoi rapporti di forza e la sua imprevedibilità. Negli ultimi tempi lo si è visto con i rapporti tesi con Donald Trump, con le incertezze sul sostegno satellitare all’Ucraina e con la gestione di Starlink in scenari di guerra come quello iraniano.
Per questo la quotazione di SpaceX non è solo una notizia di mercato. È un passaggio politico, industriale e simbolico. Segna il punto in cui una società privata prova a occupare più livelli dell’infrastruttura globale: il lancio, la connessione, il calcolo, forse un domani perfino l’AI in orbita. Se riuscirà, Musk avrà rafforzato non solo la propria ricchezza, ma anche la sua capacità di incidere su aree decisive dell’economia contemporanea. Se invece il piano si rivelerà troppo ambizioso, resterà comunque chiaro il senso della scommessa: il prezzo iniziale non misura ciò che SpaceX è oggi, ma ciò che il mercato è disposto a credere che diventerà.







