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Materie prime critiche, operativo il Fondo nazionale da 900 milioni: cosa cambia per le imprese italiane
Foto: Earth Photart / Pexels

Materie prime critiche, operativo il Fondo nazionale da 900 milioni: cosa cambia per le imprese italiane

La Redazione ·27 luglio 2026 6:04

Erano stati stanziati oltre due anni fa, con la legge quadro sul Made in Italy del dicembre 2023. Adesso quei 900 milioni di euro diventano realtà operativa: il 22 luglio 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha annunciato l'avvio effettivo del Fondo Nazionale del Made in Italy, con l'affidamento formale della gestione delle risorse ai due soggetti individuati dalla norma. Una data che segna il passaggio dalla cornice legislativa all'azione concreta, su un terreno — quello delle materie prime critiche — che l'Unione Europea e i principali paesi industriali considerano sempre più decisivo per i prossimi decenni.

Il Fondo si articola in due comparti distinti. Il primo è il Fondo Real Asset, dotato di 300 milioni di euro e affidato a Invimit SGR: si concentrerà sulla componente immobiliare delle filiere strategiche, finanziando cioè infrastrutture fisiche connesse all'estrazione, alla lavorazione e alla distribuzione di materie prime. Il secondo è il Fondo Imprese, la parte più consistente con 600 milioni, gestita da Fondo Italiano d'Investimento SGR: opererà con investimenti diretti e indiretti nel capitale di imprese che operano nelle filiere strategiche nazionali, a condizioni di mercato. Due leve diverse per un obiettivo comune: rafforzare le catene del valore italiane e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.

Le imprese che potranno beneficiare degli interventi sono società di capitali — incluse le cooperative e le società quotate — con sede legale in Italia, escluse quelle operanti nei settori bancario, finanziario e assicurativo. Il perimetro d'azione copre l'intera filiera delle materie prime critiche: dall'estrazione alla lavorazione, dall'approvvigionamento alla distribuzione, fino al riciclo e al riuso. Un ciclo completo, che riflette la consapevolezza che la dipendenza da paesi terzi non si rompe solo comprando altrove, ma costruendo capacità interne in ogni fase della catena.

Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha definito il Fondo «uno strumento stabile di politica industriale», sottolineando il suo ruolo a sostegno della transizione energetica e digitale. La scelta di aggettivare lo strumento come stabile non è casuale: uno dei limiti storici della politica industriale italiana è stata proprio l'episodicità degli interventi, spesso legati a cicli di bilancio o a urgenze contingenti. Il FNMI punta invece a una presenza strutturale, capace di mobilitare anche capitali privati accanto a quelli pubblici.

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Il contesto internazionale pesa quanto le intenzioni nazionali. Secondo le previsioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, la domanda globale di minerali necessari alla transizione energetica potrebbe quadruplicare entro il 2040. Nel frattempo, la concentrazione dell'offerta — con la Cina che controlla quote decisive di lavorazione e raffinazione di molti minerali critici — è diventata una questione di sicurezza geopolitica oltre che economica. A febbraio 2026, Italia e Germania hanno inviato congiuntamente un documento programmatico alla Commissione Europea, chiedendo una strategia coordinata che coinvolga anche gli Stati Uniti e altri partner del G7, con un'attenzione particolare verso Africa, Indo-Pacifico e America Latina.

L'Unione Europea sta accelerando in questa direzione, lavorando a un sistema coordinato di stoccaggio di materie prime critiche in cui Italia, Francia e Germania dovrebbero assumere ruoli guida. Roma, in questo quadro, ambisce a posizionarsi come snodo centrale della strategia europea, non solo come beneficiaria di un sistema di garanzie ma come protagonista attiva nella messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento.

Il decreto attuativo del Fondo era stato adottato il 6 marzo 2025, dopo un iter che ha impegnato il Mimit e il Ministero dell'Economia e delle Finanze. Dall'adozione del decreto all'avvio operativo sono trascorsi circa sedici mesi: un arco di tempo che dà la misura della complessità tecnica e regolatoria di uno strumento di questa portata. Ora, con la gestione formalmente affidata e i due comparti attivi, la fase della costruzione normativa cede il posto a quella degli investimenti. Per le imprese italiane che operano nelle filiere strategiche — dalla metallurgia ai semiconduttori, dalle terre rare ai materiali per le batterie — si apre una finestra di accesso a risorse significative. Come e quanto velocemente saranno effettivamente allocate, è la domanda che il mercato inizierà a porre già nei prossimi mesi.

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