Processo Maradona, esami clinici sbagliati: erano del padre di Diego, non del Pibe
Clamoroso colpo di scena al processo per la morte di Maradona: gli esami medici usati dall'accusa appartenevano al padre di Diego, deceduto nel 2015.
Un errore che ha del clamoroso ha scosso ieri il processo per la morte di Diego Armando Maradona, in corso a San Isidro, in Argentina. Durante l'udienza del 20 agosto 2026, è emerso che alcuni esami clinici inseriti nella perizia dell'accusa non appartenevano al Pibe de Oro, bensì a suo padre, Don Diego, morto nel 2015. Una scoperta che rischia di compromettere seriamente l'intero dibattimento e che riapre lo spettro di una nuova dichiarazione di nullità del procedimento.
A individuare l'anomalia è stato un avvocato della difesa, durante la deposizione di un nefrologo chiamato dalla commissione medica. Gli esami in questione riguardano la funzionalità renale — glicemia, urea ed emocromo completo — e risalgono al 3 maggio 2015, effettuati presso la Clinica Los Arcos di Palermo, a Buenos Aires. Il problema è evidente: in quel periodo Diego Armando Maradona non si trovava in Argentina. Viveva a Dubai, dove lavorava come allenatore. Gli esami, dunque, non potevano essere suoi.
L'avvocato Nicolás D'Albora, difensore di Nancy Forlini, coordinatrice dell'assistenza domiciliare per Swiss Medical, ha ammesso l'errore davanti al tribunale, definendolo «inavvertito» e attribuendolo a un problema nell'area laboratorio della stessa Swiss Medical. La società ha confermato la svista, escludendo però qualsiasi intenzionalità. Una spiegazione che non ha convinto il pubblico ministero Patricio Ferrari, il quale ha accusato Swiss Medical di aver fornito consapevolmente documentazione errata con l'obiettivo di sabotare il processo. L'avvocato Francisco Oneto, difensore del neurochirurgo Leopoldo Luque, uno degli imputati, ha definito la situazione «scandalosa e senza precedenti».
Il tribunale ha sospeso le udienze e ha disposto nuovi sequestri di documenti. Il prossimo appuntamento è fissato al 27 agosto 2026, data in cui si dovrà verificare l'effettiva identità del paziente a cui appartengono gli esami finiti per errore nel fascicolo dell'accusa.
Per capire quanto questo episodio sia dirompente, occorre ricordare da dove viene questo processo. Maradona è morto il 25 novembre 2020, a sessant'anni, in una casa in affitto nel sobborgo di Tigre, alla periferia di Buenos Aires. La causa del decesso è stata un edema polmonare acuto secondario a insufficienza cardiaca, in un contesto di cardiomiopatia dilatativa grave: l'autopsia aveva rivelato che il suo cuore pesava 503 grammi, il doppio del peso normale. La morte era sopraggiunta due settimane dopo un intervento chirurgico per la rimozione di un ematoma subdurale al cervello. Da subito, l'équipe medica che lo aveva assistito era finita nel mirino della magistratura: l'accusa sostiene che le cure siano state inadeguate e che il decesso si sarebbe potuto evitare.
Il cammino giudiziario, però, è stato tutto in salita. Il primo processo era già stato annullato nel maggio 2025, quando era emerso che la giudice Julieta Makintach stava filmando di nascosto un documentario intitolato Giustizia Divina nel corso delle udienze. A novembre dello stesso anno, Makintach era stata rimossa dalla magistratura e le era stato vietato di ricoprire qualsiasi incarico pubblico, con accuse di abuso di potere e inadempimento dei doveri. Il nuovo procedimento era ripartito tra marzo e aprile 2026, davanti al Tribunale Penale Orale n. 7 di San Isidro, con sette operatori sanitari imputati per omicidio semplice con dolo eventuale — un reato che in Argentina prevede una pena da 8 a 25 anni di carcere.
Ora questa seconda istruttoria si trova di fronte a un ostacolo che potrebbe rivelarsi insormontabile. Se la documentazione medica prodotta dall'accusa risultasse irrimediabilmente contaminata da errori di questa portata, il rischio concreto è quello di un nuovo annullamento. Giustizia per Maradona, se mai arriverà, sembra destinata a percorrere ancora una strada lunga e accidentata.