Roma, il precipizio di Dafne: 30 metri nel palazzo dell'orrore di Tor Bella Monaca e il fidanzato irreperibile
Via Dell'Archeologia 52, al quinto piano, scala E, interno 29: una porta socchiusa, priva di serratura, si apre su un luogo che sembra abbandonato ma che in realtà è un punto di ritrovo per sbandati e tossicodipendenti. Non è un semplice appartamento vuoto; è una cloaca di disperazione dove la cocaina e il crack scorrono come rivoli invisibili, e dove nessuno, nemmeno i residenti del palazzo, ha mai alzato la voce. Gli agenti del Distretto Casilino hanno scoperto questo angolo diTor Bella Monaca grazie a una fonte confidenziale, penetrando in un spazio che sembra ricalcare, in piccolo, le ombre di via dei Lucani a San Lorenzo o il pachiderma di cemento di Tor Cervara: luoghi dove la droga e la violenza hanno avuto il loro corso senza soluzione di continuità.
Da questo appartamento è passata, e poi uscita, prima di morire, Dafne, una trentina italiana nata a Roma il 31 marzo 1995. La sua cadavere è stato trovato lo scorso lunedì a Tor Bella Monaca, riverso in terra, e solo l'ingresso della polizia nell'abitazione ha permesso di dare un nome a quel corpo che nessuno aveva reclamato. La giovane, che faceva uso di stupefacenti, viveva con la madre in una casa di proprietà su viale Marconi. Quando la donna ha aperto la porta agli agenti sabato scorso, ha dichiarato di non avere notizie della figlia da giorni, sapendo solo che frequentava un giovane di origini tunisine, Mohamed, da alcune settimane, senza però conoscere altri dettagli del rapporto.
La signora, stravolta alla vista degli agenti che avevano raggiunto l'appartamento per il riconoscimento del corpo, ha tenuto a precisare con forza che la figlia non aveva tendenze suicide e non aveva mai compiuto gesti anticonservativi. Nei pochi incontri recenti, Dafne era apparsa felice e serena. Eppure, la ragazza è caduta per oltre 30 metri da quell'edificio, dentro cui, nell'indifferenza generale, si nascondeva una cloaca di droga. Nell'appartamento risulta domiciliato il fidanzato, Mohamed, classe 1985, di natali tunisini, che stranamente è irreperibile dal giorno in cui il corpo della fidanzata è stato trovato. Di lui non si sa più nulla, e la polizia ha potuto dare un volto alla giovane solo verificando che l'abitazione è utilizzata da tossicodipendenti e senzatetto, come testimoniato dalle condizioni dell'ambiente e dall'igiene riscontrate.
Le indagini hanno portato gli agenti a trovare su un divano un cellulare viola marca "Motorola", spento e intestato alla vittima, una ricevuta di bonifico e una ricevuta di pagamento bancomat per un servizio taxi effettuato con la carta di credito della giovane. Questi elementi suggeriscono che Dafne abbia raggiunto l'appartamento non con un proprio mezzo, ma con un taxi. Nel locale sono stati inoltre trovati diversi documenti riguardanti il 41enne tunisino, inclusi verbali di arresto e relative convalide. Lunedì scorso si ipotizzava un suicidio, un gesto inconsulto di una giovane che si era lanciata da un appartamento. Una settimana prima, non si contemplava la tesi omicidiaria né il decesso come conseguenza di altro reato, e nessuno conosceva il nome della ragazza. I residenti non avevano visto o sentito nulla di quel terribile volo avvenuto circa un'ora prima dell'alba, senza testimoni oculari né videocamere utili.
Oggi la ragazza ha un nome, una madre che la piange e che esclude l'ipotesi del gesto estremo, e un fidanzato, gravato da precedenti penali, domiciliato in una base di consumo e spaccio di droga, che non si trova. La storia di Dafne è un precipizio di 30 metri che si abbassa su un quartiere dove la droga e la violenza continuano a essere una realtà quotidiana, e dove l'indifferenza dei residenti ha permesso che un appartamento diventasse un luogo di morte.