Rebibbia, la piazza di spaccio dietro le sbarre: 10 arresti per droga e armi
Tre anni di indagini sotterranee, un labirinto di intercettazioni e riscontri incrociati hanno infine portato al blitz. Ieri all'alba, gli agenti del Nucleo investigativo della penitenziaria hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di dieci persone, operando fuori e dentro le mura del carcere romano di Rebibbia. Su mandato dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia della Capitale, l'operazione ha svelato un sistema criminale che non si è limitato a replicare i metodi dello spaccio, ma ha riadattato la logica del mercato delle sostanze stupefacenti proprio dietro le sbarre, trasformando la casa circondariale in una vera e propria piazza di spaccio[1].
L'accusa è pesante e precisa: tutti gli indagati sono coinvolti in un'associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. La gravità della situazione si acuisce quando si scopre che, per la metà di loro, viene contestato anche il traffico d'armi, con l'introduzione nell'istituto di una pistola, un dettaglio che testimonia la pericolosità e la determinazione del gruppo[1]. Il giudice per le indagini preliminari, accogliendo le tesi della Dda, ha delineato chiaramente il peso di alcuni degli indagati, identificando almeno tre capifila come i promotori dell'organizzazione criminale[1].
Al vertice di questo giro si trovano i fratelli Manuel e Mirko Ranieri, entrambi già condannati per un omicidio brutale avvenuto nel 2014 a Cisterna di Latina, dove un romeno di 28 anni fu rapito e ucciso in una vasca di liquami[1]. La loro influenza, tuttavia, non si è interrotta con l'ingresso in carcere; i fratelli Ranieri hanno continuato a esercitare il loro potere tra i detenuti, avvalendosi di personaggi che avevano stretto amicizia con loro dietro le sbarre. Questi collaboratori, alcuni dei quali avevano beneficiato di permessi premio o autorizzazioni a uscire per lavorare, hanno mantenuto attivo il sistema criminale, creando un ponte tra l'interno e l'esterno del carcere che non ha conosciuto interruzioni fino al momento degli arresti[1]. Tra gli indagati compare anche una donna, la moglie di Mirko, che ha dato man forte ai vertici del giro insieme a un romano già detenuto in un carcere abruzzese e inquisito per l'introduzione di droga[1].
Un altro elemento cruciale della ricostruzione è l'utilizzo di telefoni cellulari all'interno dell'istituto, una circostanza assolutamente proibita per i detenuti e che ha portato alcuni dei dieci a essere indagati anche per accesso indebito a dispositivi di comunicazione[1]. I telefonini sono arrivati all'interno grazie alla complicità di ex detenuti e familiari durante le visite, permettendo al sistema criminale di operare senza freni, tra dentro e fuori, fino allo scatto degli arresti ieri[1].
Tutti gli indagati sono stati assegnati a istituti penitenziari fuori dal Lazio, per evitare che potessero continuare a influenzare l'ambiente di Rebibbia. Per i fratelli Ranieri e il loro gregario romano è stato disposto il regime di Alta Sicurezza, una misura che riflette la natura mafiosa e la pericolosità sociale dell'associazione svelata[1].