La nuova sede della Corte d’Appello di Roma nasce in un luogo che porta con sé una lunga attesa e una forte impronta simbolica. Alla ex Caserma Luciano Manara, nel quartiere Prati, si è tenuta l’inaugurazione ufficiale con l’intitolazione dell’aula magna a Vittorio Occorsio e Mario Amato, magistrati uccisi dal terrorismo stragista. Ma questa non è soltanto la storia di un edificio restituito alla città: è anche il compimento di un’idea che affonda le sue radici lontano nel tempo, fino a quando, nel 1970, già si parlava della consegna di quei locali alla giustizia romana.
Nel suo intervento, il presidente della Corte d’Appello, Giuseppe Meliadò, ha voluto legare il presente alla memoria, ricordando come la nuova sede rappresenti un rapporto esemplare tra eredità storica e trasformazione contemporanea. Ha descritto l’edificio come un tribunale della luce, capace di valorizzare la funzione della giurisdizione senza separarla dalla città, ma anzi immersa nel suo paesaggio: le mura vaticane, le architetture umbertine, i platani di Prati. Un contesto che, nelle sue parole, restituisce alla giustizia una solennità non oppressiva, fatta di vicinanza, misura e autorevolezza.
Questa stessa idea di giustizia come infrastruttura viva è stata al centro anche dell’intervento del ministro Carlo Nordio, che ha sottolineato come non si stesse inaugurando solo un nuovo palazzo, ma un presidio concreto al servizio dei cittadini. La sede, ha spiegato, è parte di una strategia più ampia di riqualificazione del patrimonio giudiziario, inserita nel quadro del Pnrr, con numerosi cantieri già attivi e un vasto programma di recupero degli spazi. La caserma Luciano Manara, in questo senso, diventa il segno di una rigenerazione riuscita: un luogo che cambia funzione senza perdere dignità, e che anzi ritrova valore proprio nel suo riuso.
Ma a dare profondità alla cerimonia è stato soprattutto il ricordo di Vittorio Occorsio e Mario Amato. Due magistrati diversi, accomunati dallo stesso destino: entrambi colpiti perché avevano svolto fino in fondo il proprio lavoro, senza arretrare di fronte alla violenza eversiva. Occorsio fu assassinato nel 1976, Amato nel 1980. A loro è stata dedicata l’aula magna, non come gesto puramente formale, ma come scelta di memoria impegnativa, destinata a interrogare il presente oltre che a onorare il passato.
Nordio ha insistito proprio su questo punto: la giustizia non può vivere soltanto della dedizione dei magistrati, ma ha bisogno di condizioni adeguate, di sicurezza, di strutture all’altezza del compito. È un principio che risuona con forza in un Paese in cui la tutela di chi amministra la legge non può essere considerata accessoria. Lo ha ribadito anche Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, ricordando che i magistrati non devono essere lasciati soli. Mai. Quando la giurisdizione si frammenta e la minaccia diventa personale, ha osservato, la vulnerabilità non riguarda più il singolo ma l’intero sistema democratico.
Nel suo intervento, Pinelli ha allargato lo sguardo alle minacce ricevute in questi giorni da alcuni magistrati di Milano e alla condizione di tanti servitori dello Stato costretti a vivere sotto scorta. Le sue parole hanno dato alla cerimonia un tono netto, quasi di allarme civile: dietro l’intitolazione di un’aula non c’è solo un omaggio, ma un impegno a non lasciare soli coloro che, ogni giorno, difendono le istituzioni democratiche. Intitolare questo luogo a Occorsio e Amato significa, in questa prospettiva, affidare alla nuova sede una memoria che non consola soltanto, ma responsabilizza.
Anche Giuseppe Amato e Giovanni Salvi hanno richiamato la dimensione esemplare delle due figure ricordate, insistendo sul dovere di non banalizzare il sacrificio di chi ha pagato con la vita il proprio servizio allo Stato. Poi, a chiudere la cerimonia, sono arrivate le voci dei figli, Sergio Amato ed Eugenio Occorsio. Le loro parole hanno spostato il discorso dalla storia istituzionale alla ferita familiare, senza perdere mai il legame con il senso pubblico di quella memoria.
Sergio Amato ha parlato della nuova sede come del luogo più adatto per custodire e trasmettere il significato del lavoro svolto dal padre e da Mario Amato, ricordando il rigore, la sobrietà e l’imparzialità con cui avevano agito, nel pieno rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto. Eugenio Occorsio, invece, ha riportato l’attenzione sul dolore e sulle domande rimaste aperte dopo cinquant’anni: la violenza, i depistaggi, le connivenze, le verità ancora incomplete. Ha ricordato suo padre come un uomo garbato, tenace, affettuoso, che non cercò mai eroismi ma soltanto il modo più giusto di fare il proprio mestiere.
In quelle testimonianze finali c’era forse il cuore della giornata: non soltanto il riconoscimento di due magistrati caduti, ma la consapevolezza che la memoria, per essere davvero viva, deve continuare a chiedere verità. E deve farlo in luoghi come questo, dove il lavoro quotidiano della giustizia incontra la città, la storia e le sue ferite ancora aperte.







