Il weekend del romano: parte per rilassarsi e finisce più stanco di prima
Ogni giovedì sera, quando luglio comincia a pesare addosso alla città, al tavolo di un bar tra i Parioli, Ponte Milvio o Prati la frase è quasi sempre la stessa: «Domani scappo». È un annuncio pieno di promesse e di fantasia. Vuol dire ore di coda sull’Aurelia o sulla Pontina, il finestrino abbassato, il pensiero già proiettato verso il Circeo, Sabaudia, l’Argentario o Capalbio. L’idea, almeno all’inizio, è semplice: lasciare Roma alle spalle e concedersi finalmente un po’ di quiete. Rallentare. Respirare. Non fare nulla.
Poi, però, entra in scena il romano. E il programma cambia ritmo quasi subito. Perché il romano dice di voler riposare, ma in realtà non sa resistere al richiamo della caciara. Bastano pochi minuti e il weekend, che doveva essere una parentesi di silenzio, si trasforma in una sequenza serrata di aperitivi, cene, grigliate, partite di padel e inviti che si moltiplicano da soli. Ogni occasione diventa una scusa per aggiungere qualcosa. Ogni buco di agenda va riempito. Ogni serata deve avere un seguito.
La frase più insidiosa, in questo gioco, resta sempre la stessa: «Vediamoci per un saluto». È lì che tutto comincia a deragliare. Quello che doveva essere un passaggio rapido si allunga, si dilata, si infiamma. Arrivano altri amici, si aggiunge un bicchiere, poi un altro, poi un dolce ordinato quando ormai fuori è notte fonda. L’apericena diventa cena, la cena diventa dopo cena, e l’idea di tornare presto a casa si dissolve con la stessa facilità con cui era nata. Il romano, in fondo, cerca il relax, ma finisce sempre per scegliere la compagnia. E la compagnia, puntualmente, vince.
C’è una contraddizione quasi tenera in tutto questo. Si lamenta del traffico, del caldo, del lavoro, della città che non si ferma mai. Giura di essere stanco, esausto, persino provato da settimane troppo piene. Eppure, appena si apre un fine settimana, sente il bisogno quasi fisico di trasformarlo in un piccolo evento. Non basta riposare: bisogna viverlo. Non basta uscire una volta: bisogna farne tre. Non basta salutare: bisogna restare.
Così il lunedì mattina arriva con la puntualità di una sentenza. Gli occhi sono segnati, il caffè è già il secondo della giornata e lo sguardo ha quella nebbia discreta di chi ha dormito poco e socializzato troppo. In ufficio, o dove capita, la scena si ripete sempre uguale: qualcuno sospira, qualcuno si strofina le tempie, qualcun altro prova a scherzare dicendo che servirebbe un weekend per riprendersi dal weekend. E nessuno, davvero nessuno, si prende la briga di dire l’unica cosa che conta: il romano non è stanco perché esce troppo. È stanco perché non riesce mai a smettere in tempo.