Ex Fiorucci, 17 anni di occupazione e 35 milioni di euro dopo: il Comune di Roma non ha ancora comprato
Dal 2009 duecento persone vivono nell'ex stabilimento di via Prenestina. Lo Stato ha pagato quasi 35 milioni alla proprietà. La delibera d'acquisto del Comune manca ancora.
Ci sono duecento persone che vivono lì dal 2009, un museo di arte contemporanea con oltre seicento opere, e una parcella da trentacinque milioni di euro già pagata dallo Stato per non essere riuscito a sgomberare nessuno. Eppure l'ex stabilimento Fiorucci di via Prenestina 913, a Roma, è ancora in una specie di limbo amministrativo: l'acquisto da parte del Comune, annunciato dal sindaco Roberto Gualtieri nel 2025, aspetta ancora la delibera dell'Assemblea Capitolina.
La storia dell'edificio è lunga quasi quanto la storia recente di Roma. Il salumificio Fiorucci abbandonò i locali nel 1978. Nel novembre 2003 la società Ca.Sa. srl — Caporlingua e Salini — acquistò il complesso per 6,85 milioni di euro con l'intenzione di bonificarlo e trasformarlo in abitazioni, ma il nulla osta per il cambio di destinazione d'uso arrivò soltanto nel 2013. Nel mezzo, nel marzo 2009, i Blocchi Precari Metropolitani organizzarono l'occupazione dell'edificio insieme a Popica Onlus: dentro ci entrarono famiglie italiane, rom, peruviane, marocchine, ucraine, eritree. Oggi, secondo le stime disponibili, si contano tra i 51 e i 70 nuclei familiari, per circa duecento persone.
Il museo dentro l'occupazione
Nel 2012 dentro quelle mura è nato il MAAM — Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz, ideato dall'antropologo Giorgio de Finis. Oggi è considerato uno dei principali musei indipendenti di arte contemporanea a Roma, e si definisce come il primo e unico museo abitato al mondo: oltre seicento opere di street art e arte contemporanea convivono con gli spazi domestici degli occupanti. Nel settembre 2021 è stata avanzata la candidatura del MAAM a patrimonio dell'umanità UNESCO. La nascita del museo non fu solo un fatto culturale: aveva anche una funzione di protezione politica, una sorta di barricata simbolica contro il rischio di sgombero.
Quella minaccia era concreta. L'immobile era al primo posto nel piano sgomberi approvato dalla Prefettura il 1° aprile 2022. Lo sgombero, però, non è mai avvenuto — e il conto è ricaduto sullo Stato. Nel 2018 il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell'Interno a versare alla proprietà oltre 27,9 milioni di euro per il mancato godimento del bene, oltre agli interessi. Una seconda condanna del 2023 ha aggiunto altri 6,3 milioni, per un totale che si avvicina ai 35 milioni di euro.
Nel 2023 sembrava vicina una svolta: Prefettura, Comune, Regione e proprietari raggiunsero un accordo che prevedeva case vere per i duecento occupanti, la trasformazione del MAAM in museo pubblico, il risanamento dell'area industriale, la demolizione delle costruzioni abusive e la realizzazione di una palazzina con cento appartamenti, sessantaquattro dei quali destinati alle famiglie già residenti. La proprietà avrebbe persino rinunciato a richiedere ulteriori danni al Ministero per circa due anni, per facilitare la trattativa di cessione.
La delibera che non arriva
Da allora il percorso è stato lento. Nel maggio 2024 la Giunta capitolina ha formalizzato la nuova linea per l'acquisizione. I fondi per l'acquisto sarebbero stati stanziati con il bilancio approvato a fine luglio 2026, e la conferenza dei servizi sulla modifica dell'accordo di programma si sarebbe chiusa positivamente. Ca.Sa. srl ha anche predisposto un nuovo assetto urbanistico, riducendo la cubatura residenziale per conservare e ristrutturare il corpo industriale e destinarlo ad attività culturali. Tutti segnali di un'intesa che sembrava matura.
Eppure la delibera dell'Assemblea Capitolina — il passaggio formale che renderebbe l'acquisto possibile — non è ancora arrivata. A oggi non risulta fissata una data per la votazione, e il percorso amministrativo rimane aperto. Tra l'approvazione della delibera, l'eventuale avvio dei cantieri e la realizzazione concreta del progetto — demolizioni, nuova edilizia residenziale, allestimento del museo pubblico — la strada si preannuncia comunque lunga, come riconosce la complessità stessa dell'accordo sottoscritto nel 2023.
Rimane aperta, nel frattempo, una questione che tocca più livelli: quello delle famiglie in attesa di una sistemazione stabile, quello della proprietà privata che dal 2009 non può disporre del proprio bene, e quello di un patrimonio culturale — il MAAM — che esiste in una condizione precaria e tutta italiana, sospeso tra il riconoscimento istituzionale e l'assenza di una cornice giuridica definitiva. Un vecchio accordo di programma del 2013 prevedeva già edilizia residenziale e cessioni al Comune, ma la convenzione urbanistica non venne mai sottoscritta. La storia sembra ripetersi.