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Bomba a casa Ranucci, Lavitola davanti al giudice: voleva farlo diventare premier
Foto: Boko Shots / Pexels
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Bomba a casa Ranucci, Lavitola davanti al giudice: voleva farlo diventare premier

Il 12 agosto l'interrogatorio di garanzia per l'ex editore accusato di aver ordinato l'attentato di Pomezia per lanciare il conduttore di Report in politica.

La Redazione ·12 agosto 2026 10:05 ·4 min di lettura

Voleva fare di Sigfrido Ranucci un presidente del Consiglio, e per accelerare quel progetto avrebbe ordinato di far esplodere una bomba davanti a casa sua. È questa, nella sua sintesi più sconcertante, l'ipotesi accusatoria che il 12 agosto 2026 ha portato Valter Lavitola davanti al giudice per l'interrogatorio di garanzia, due giorni dopo il suo arresto e la sua traduzione in carcere.

L'attentato risale alla notte del 16 ottobre 2025: una bomba rudimentale era esplosa davanti all'abitazione del giornalista e conduttore di Report a Pomezia, alle porte di Roma. L'esplosione aveva danneggiato le auto parcheggiate e il cancello di casa, senza fortunatamente fare feriti. In un primo momento gli investigatori avevano puntato su possibili ritorsioni legate alle inchieste della trasmissione di Rai 3. La pista si è rivelata, secondo la Procura di Roma, ben più contorta.

A fine giugno 2026 erano stati arrestati quattro presunti esecutori materiali, tutti con precedenti penali per reati gravi — droga, sequestro, violenza sessuale, rapina, estorsione — e ritenuti aver agito su commissione. A inizio luglio era emerso il nome di Lavitola come presunto mandante, insieme a quello di Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni e dipendente di Lavitola, indicato come l'intermediario tra il mandante e il gruppo degli esecutori. Tavares è attualmente latitante e si troverebbe in Africa, dove è ricercato in forza di un mandato di arresto internazionale.

Il 10 agosto il GIP di Roma ha disposto la misura cautelare in carcere per Lavitola, ritenendo sussistenti i rischi di fuga e di inquinamento delle prove. Le accuse sono pesanti: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento con modalità di tipo mafioso e con un numero di sodali superiore a cinque. La Procura contesta a Lavitola anche il reato di strage.

Il movente: uno spin doctor in cerca di un candidato

Ciò che rende la vicenda particolarmente singolare è il movente ricostruito dagli investigatori e cristallizzato nell'ordinanza del GIP. Secondo i magistrati, Lavitola non voleva intimidire Ranucci né punirlo: voleva aiutarlo, a modo suo. L'obiettivo dell'attentato sarebbe stato esclusivamente quello di «accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti» di Lavitola «in ambito politico». In sintesi: un attacco simulato per fare di Ranucci una vittima mediatica e trasformarlo in un candidato politico di cui Lavitola sarebbe diventato il consigliere strategico, il cosiddetto spin doctor.

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Le chat acquisite dagli inquirenti e risalenti al 2024 mostrano Lavitola proporre esplicitamente al conduttore una candidatura alle elezioni politiche. I messaggi citati nell'ordinanza sono eloquenti: «E tra 2 anni fai il Presidente» oppure «Berlusconi ti avrebbe fatto copresidente». Lavitola avrebbe persino commissionato un sondaggio sul «potenziale elettorale, immagine e credibilità politica» di Ranucci, al quale il giornalista avrebbe contribuito suggerendo alcune domande.

Il GIP chiarisce però con nettezza che Ranucci non era a conoscenza del piano criminale. La giudice ha scritto che «allo stato non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d'accordo con Lavitola», definendo Ranucci «vittima della manipolazione dell'indagato». Pur avendo mostrato nel tempo una certa «apertura o quantomeno curiosità» verso il progetto politico abbozzato dall'amico, il conduttore avrebbe sempre espresso contrarietà a una candidatura formale.

Lo stesso Ranucci, interpellato dopo l'arresto di Lavitola, ha dichiarato di considerarlo «un amico vero» e di essere convinto della sua innocenza «finché non vedrò le prove», aggiungendo che Lavitola «non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia».

Gli investigatori ricostruiscono anche la fase preparatoria dell'attentato: Lavitola avrebbe partecipato di persona a un sopralluogo a Pomezia il 15 settembre 2025, circa un mese prima dell'esplosione, insieme a Tavares. Dopo i fatti, avrebbe tentato di accreditare piste alternative — tra cui un presunto coinvolgimento di apparati italiani e israeliani — un'azione che il GIP ha definito un «vero e proprio depistaggio».

Valter Lavitola non è nuovo alle aule di tribunale. Nel suo curriculum giudiziario figurano condanne definitive per tentata estorsione — ai danni di Silvio Berlusconi e della società Impregilo — e per truffa sui finanziamenti pubblici all'editoria, relativamente alla gestione del quotidiano L'Avanti!. È stato radiato dall'Albo dei giornalisti professionisti. Ora si trova in carcere, in attesa che le sue risposte al giudice — se vorrà fornirle — aggiungano un ulteriore capitolo a una storia che, nei suoi contorni, sembra già difficile da immaginare.

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