Il Veneto approva la legge sul fine vita: prima regione di centrodestra a farlo
Il Consiglio regionale ha detto sì con 32 voti favorevoli. È la quarta regione italiana, ma la prima governata dal centrodestra.
Con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato il 2 settembre 2026 la legge sul fine vita, diventando la quarta regione italiana a dotarsi di una normativa sul suicidio medicalmente assistito, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. La novità politica è però significativa: è la prima regione governata da una coalizione di centrodestra a dare il via libera a un testo del genere, rompendo un allineamento che sembrava consolidato tra quella parte dello spettro politico e il no a qualsiasi forma di regolamentazione della morte assistita.
La proposta era di iniziativa popolare, sostenuta da circa 9.000 firme raccolte dal comitato «Liberi subito» e dall'Associazione Luca Coscioni. Non era un percorso lineare: già nel gennaio 2024 il testo era stato rinviato in commissione senza il via libera necessario, per poi essere ripresentato con modifiche e approvato questa settimana. Gli emendamenti introdotti hanno cercato di costruire un equilibrio delicato: da un lato la piena applicazione delle indicazioni della Corte Costituzionale, dall'altro alcune garanzie richieste dalla maggioranza, come la presenza obbligatoria di un esperto di cure palliative nel Comitato etico che esamina le richieste, la possibilità di obiezione di coscienza per il personale sanitario, e la facoltà per medici e psicologi di prospettare soluzioni alternative, incluse le terapie palliative. Su richiesta del paziente, è possibile anche ricevere informazioni da associazioni che perseguono finalità di tutela della vita.
La legge non crea un nuovo diritto. Lo precisa esplicitamente il testo, e lo ha ribadito anche il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia: «La legge non introduce il fine vita, ma organizza le procedure». Il riferimento è alla sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale — il cosiddetto caso Cappato-Antoniani — che ha già reso legale il suicidio assistito a condizioni precise: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dal paziente, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Quello che mancava, in Veneto come altrove, era un percorso chiaro per far valere concretamente quel diritto. I numeri lo dimostrano: dal 2019 a oggi nella regione sono state presentate 31 domande di suicidio medicalmente assistito, ma solo 3 sono state accolte. Quattro pazienti sono morti mentre aspettavano ancora una risposta.
Zaia ha commentato l'approvazione con parole che hanno già fatto discutere: «Un risultato importante e un atto di responsabilità», ha detto, aggiungendo una considerazione sul rapporto tra fede e istituzioni che difficilmente passerà inosservata: «La Chiesa fa la Chiesa. È il nostro faro, detiene il Sacro Graal, ma i cattolici nelle istituzioni devono occuparsi non delle anime, ma dei corpi. Lì, devi essere laico». Il governatore in carica Alberto Stefani, dal canto suo, ha contribuito con emendamenti volti ad ampliare lo spazio per l'informazione alternativa e il supporto psicologico.
L'Associazione Luca Coscioni ha accolto il voto con soddisfazione, parlando di «piena applicazione» della sentenza costituzionale e annunciando l'intenzione di proporre l'estensione della legge «Liberi subito» ad altre regioni. Il quadro nazionale, intanto, resta frammentato: il Parlamento non ha ancora approvato una legge organica sul fine vita, nonostante i ripetuti richiami della Corte Costituzionale. L'unico testo vigente a livello statale è la legge n. 219 del 2017, che disciplina il consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, ma non affronta il suicidio assistito. La Corte ha riconosciuto la legittimità di interventi regionali, purché si limitino agli aspetti organizzativi e procedurali, senza toccare i requisiti sostanziali di accesso, che restano di competenza esclusiva dello Stato.
Il voto del Veneto aggiunge quindi un tassello importante a un mosaico ancora incompleto. Quattro regioni si sono mosse in autonomia per colmare un vuoto che Roma non ha ancora riempito. La domanda che rimane aperta — e che il Parlamento non può ignorare a lungo — è se e quando l'Italia si darà una risposta unitaria su uno dei temi etici più sensibili del dibattito pubblico.